CinemAnemico

Rassegna cinematografica gestita da volontari della casa del popolo di Settignano

JAZZ SETT…

  • giugno 17, 2017 12:33 pm

 

 

CENAPERITIVO PER OGNI EVENTO

 

 

 

Venerdì 14 luglio 20.30

NICO GORI “Side” 4tet

Nico Gori: Bb clarinet, tenor-alto-soprano sax, bass clarinet

Piero Frassi: piano

Nino “Swing” Pellegrini: doublebass

Vladimiro Carboni: drums

Presentazione del doppio album: “Opposites” – Philology W 487.2

Opposites è il titolo del nuovo doppio album del polistrumentista Nico Gori, prodotto da Paolo Piangiarelli per l’etichetta discografica Philology, distribuzione I.R.D.

 

A seguire…   Proiezione di:

Io sono Tony Scott

 ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

Un film di Franco Maresco. Documentario, durata 128 min.

 

Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

Anthony Joseph Sciacca – in arte Tony Scott – è il più grande clarinettista del jazz. L’affermazione, così perentoria e sicura, è il punto di partenza del documentario di Franco Maresco. Non si tratta di decidere se la dichiarazione sia vera o meno. Poco importa catalogare il personaggio in questione nella sfera dei jazzisti che conosciamo; Scott è sempre stato dentro quel mondo ma fuori da tutto il resto. Ciò che interessa al regista è riportare l’attenzione sul personaggio, raccontando anche il dolore che ha attraversato la vita di Scott, un musicista straordinario che, dopo anni di successi al fianco dei più grandi jazzisti americani, ha conosciuto la fine, come artista e come uomo, proprio in Italia. Era ammiratore di Charlie Parker, consigliere (forse amante) di Billie Holiday, nemico-amico di Buddy DeFranco. Con il suo clarinetto è riuscito a rivoluzionare la statura di quel particolare strumento (spesso considerato ai margini del jazz), facendolo diventare protagonista di quel mondo fumoso e vitale dei locali dell’East Coast.

 

 

 

Sabato 15 luglio 21.30

STEFANIA TALLINI

piano solo

piano & composition

 

Stefania Tallini è una delle più apprezzate pianiste e compositrici jazz italiane, il cui originale linguaggio la rende tra le figure più interessanti e ormai consolidate del panorama musicale italiano ed europeo. E’ autrice di 8 dischi da leader che comprendono musiche scritte ed arrangiate da lei per vari ensemble.

Compositrice di altissimo livello, acclamata pianista e vincitrice di numerosi concorsi, si esibisce nei più importanti Festival internazionali. Tra le varie performances che propone, Stefania Tallini presenta anche il Piano Solo: situazione a lei molto congeniale, nella quale esprime al meglio il suo peculiare mondo compositivo, oggi sempre più maturo e personale. Un caleidoscopio di sonorità diverse che si sono nutrite del jazz, della musica classica, della musica brasiliana e che la pianista ha saputo far confluire in un suo linguaggio originale, che la rende una delle più interessanti ed affermate realtà musicali di oggi.

Venerdì 21 luglio 21.45

Born To Be Blue

Ethan Hawke al servizio di un copione formattato sul cliché dell’artista maledetto e autodistruttivo

Un film di Robert Budreau. Con Ethan Hawke, Carmen Ejogo, Callum Keith Rennie, Stephen McHattie, Janet-Laine Green. Tony Nappo, Tony Nardi, Charles Officer, Katie Boland, Janine Theriault, Dan Lett, Joe Condren, Sophia Walker, Kevin Hanchard, Drew Davis, Barbara Eve Harris Biografico, durata 97 min. – USA, Canada, Gran Bretagna 2015  inglese sottotitolato in italiano

L’ ultima parte della vita del leggendario jazzista Chet Baker: gli anni del suo ritorno sulle scene dopo un lungo periodo buio segnato dalla tossicodipendenza.

 

Sabato 22 luglio 21.30

 

BETTA BLUES SOCIETY             in concert

I Betta Blues Society nascono a Pisa nel 2009 dall’incontro tra la cantante Elisabetta Maulo e il chitarrista Lorenzo Marianelli. Il gruppo prende successivamente la sua forma definitiva con l’ingresso di Fabrizio Balest al contrabbasso e di Pietro Borsò alle percussioni.

 

 

Domenica 23 luglio 21.30

 

ENRICO PIERANUNZI  & SIMONA SEVERINI

 MY SONGBOOK

Una collaborazione, quella Pieranunzi-Severini, iniziata nel 2012 in occasione del tributo discografico a Lucio Dalla, e giunta, proprio con My songbook ad uno splendido coronamento. 

 

Venerdì 28 luglio 20.30

LADY JUMP DOWN

I Lady Jump Down nascono nel 2011 e originariamente la loro formazione era composta da Alessio “Sutu” La Rocca, chitarra, Francesco Marceddu, voce, Lorenzo Messeri, batteria, Roberto Tiezzi, basso. I primi tre sono di Sesto Fiorentino e sono amici dalle scuole superiori, il quarto, invece, è di Cortona (AR) ed è entrato in contatto con gli altri durante il periodo dell’università. L’età media dei Lady Jump Down è di quaranta anni circa. Il genere è rock blues con una chiara ispirazione agli anni ’70.

Da quando Agnese è entrata nel gruppo la loro attività live si è intensificata ed è quello che il gruppo cerca, suonare dal vivo, dare vita alle loro emozioni, alle loro parole, alla loro sintonia attraverso la musica ed il contatto con il pubblico.

A seguire…   Proiezione di:

What Happened, Miss Simone?

La leggendaria cantante Nina Simone

Un film di Liz Garbus. Con James BaldwinStokely CarmichaelWalter CronkiteStanley CrouchGerrit De Bruin.

 

Dick GregoryHugh M. HefnerElisabeth Henry-MacariLisa Simone KellyMartin Luther KingAl SchackmanNina Simone

Documentariodurata 101 min. – USA 2015.

 

Una pianista di formazione classica, cantante nei pub, icona del potere nero, la leggendaria cantante Nina Simone ha vissuto una vita di brutale onestà, un genio musicale e una malinconia tormentata. Il film rimane fedele alla soggettività di Simone usando miniere di nastri mai sentiti prima, rare immagini d’archivio e interviste con amici intimi e familiari. Tracciando l’inventiva musicale di Simone lungo l’arco della sua infanzia durante le Jim Crow, definendo il suo ruolo nel movimento dei diritti civili, l’arrivo alla Carnegie Hall, l’esilio auto imposto in Liberia, e la vita solitaria in Francia.

 

 

Sabato 29 luglio  21.30

ALESSANDRO LANZONI

piano solo

Alessandro è un artista in fase di costante crescita: il suo stile, attualmente una sintesi della grande tradizione che va dal bebop agli anni Sessanta e Settanta, senza perdere di vista il jazz europeo, presenta un gusto melodico contemporaneo che traspare, oltre che nell’improvvisazione, nella sua attività compositiva. Lanzoni, che “come una spugna ha assorbito gli umori dei grandi” presenta nei suoi concerti in piano solo il suo “pianismo creativo, in continua e frenetica ricerca” (Gianni Gori ), attraverso un programma trasversale, alternando spazi di libertà improvvisativa a brani originali e del repertorio jazzistico, interpretati con il lirismo e l’intensità che contraddistinguono il suo universo musicale.

 

SCAMPIAFELIX

  • maggio 23, 2017 9:30 pm

 

Il titolo che abbiamo scelto è “Scampia Felix” perché in questo documentario abbiamo voluto raccontare una storia di Scampia (periferia nord di Napoli) che affonda le sue radici nella fertilità rurale del luogo, una storia nata un trentennio fa, quando Felice Pignataro (per più di uno “Felix”) e il GRIDAS (Gruppo risveglio dal sonno, all’epoca una delle poche realtà vive di quella che era la nascente Scampia) diedero vita a un carnevale di quartiere.

Un corteo di carnevale come occasione per “un recupero della manualità, che a scuola non si vada solo con la testa, ma anche con le mani; per stabilire e mantenere almeno una tradizione popolare che sia anche contributo all’identità del quartiere; per esercitare la creatività applicata ai casi quotidiani della vita; per stabilire un rapporto fra scuola e territorio, esibendo all’esterno, in corteo per le strade, ciò che si è prodotto a scuola, e usando il territorio come teatro; per educare al riciclaggio di materiali di risulta o di scarto, stoffe, giocattoli vecchi, cartoni da imballaggio, ecc. ” (cit. bando di carnevale del GRIDAS).

Un corteo di carnevale che è cresciuto nel tempo diventando davvero grande, perché, in oltre trent’anni, sono aumentate le realtà associative, più o meno organizzate, che rendono viva Scampia e che, in qualche modo, seguono le tracce lanciate da Felice.

Un corteo di carnevale che, nel mantenere salde le proprie radici con le prime edizioni, è cresciuto e mutato arricchendosi di significati e peculiarità.

Un corteo di carnevale che ha contaminato nuove realtà in altri quartieri di Napoli e provincia ispirando un Coordinamento che da diversi anni collega cortei cittadini, nati dal basso e strettamente legati ai propri territori di riferimento, con le proprie peculiarità, ma accomunati dallo stesso spirito di rivalutazione del carnevale come momento di festa e protesta e come uso delle maschere in funzione di critica sociale.

“Scampia Felix” tenta di offrire uno spaccato, attraverso la preparazione del corteo di carnevale di Scampia, delle varie anime che collaborano insieme per costruire questo momento collettivo di lotta corale, ciascuno apportando le proprie peculiarità di un lavoro che perdura nel quotidiano e che costituisce la fervida vitalità del quartiere Scampia.

Il film è prodotto dal GRIDAS.
In coproduzione ci sono SMK Videofactory (www.smkvideofactory.com) e il collettivo FrameOff(www.frameoff.it), di cui fa parte il regista Francesco Di Martino, che ha già collaborato con il GRIDAS presentando insieme alcuni lavori volti a raccontare storie e persone relegate ai margini delle nostre società.
Quando il lavoro sarà terminato sarà diffuso online e sui territori tramite OpenDDB (www.openddb.it), la prima rete distributiva di documentari, musica e libri autoprodotti in Europa.

POPOLI SOTTO ASSEDIO (2017)

  • marzo 11, 2017 11:22 am

 

Venerdì 17 marzo 21.30

Khadak

Un film di Peter Brosens, Jessica Woodworth. Con Khayankhyarvaa Batzul

Drammatico, durata 104 min. – Belgio, Germania, Olanda 2006, lingua mongola, sottotitolato in italiano

 

Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia, Khadak racconta la storia epica di Bagi, un giovane nomade destinato a diventare sciamano. Un’epidemia colpisce gli animali e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate città minerarie. Bagi salva la vita di Zolzaya, un’affascinante ladra di carbone e insieme scoprono che l’epidemia è un inganno architettato per eliminare il nomadismo. È l’inizio di una grande rivoluzione.

 

……..Khadak ci porta a vedere attraverso le lenti l’universo etereo nel quale lo sciamanesimo sembra l’unica via di fuga da questo mondo innaturale e moderno, in cui tutto e tutti devono essere ‘rivestiti’. Per questa ragione Bagi vaga di istituto in istituto, dalla cava alla prigione, passando per l’ospedale…….

 

Venerdì 24 marzo 21.30

Altiplano

Un popolo e le sue contaminazioni

Un film di Peter Brosens, Jessica Woodworth. Con Magaly Solier, Jasmin Tabatabai, Olivier Gourmet, Norma Martínez, Behi Djanati Atai

Drammatico, durata 109 min. – Belgio, Germania, Paesi Bassi 2009, spagnolo, quechua, francese, inglese, persiano sottotitolato in italiano

 

Grace, una fotografa di guerra, rinuncia alla professione dopo un violento incidente in Iraq. Suo marito Max, origine belga, è un chirurgo che lavora in una clinica oculistica sulle Ande, in Perù. Gli abitanti del vicino villaggio di Turubamba iniziano ad ammalarsi per una perdita di mercurio da una miniera della zona. Saturnina, una giovane donna del villaggio, perde il suo fidanzato per via del contagio. Ignorando la vera causa della malattia, gli abitanti del villaggio rovesciano la loro collera sui dottori stranieri e organizzano una rivolta nella quale Max perderà la vita. Grace parte verso i luoghi dove Max è morto. Nel frattempo Saturnina protesta contro le continue violazioni che il suo popolo e la sua terra sono costretti a subire. I destini di Grace e Saturnina si intrecciano. Altipiano è il racconto lirico su un mondo fatto di diversità tuttavia attraversato da legami e connessioni.

………Villaggio di Turubamba, nell’Altiplano del Perù, una zona isolata delle Ande: una statua della Vergine si rompe durante una processione. Iraq: una fotografa belga scatta, nonostante le minacce, una foto dell’esecuzione della sua guida locale. E’ nel fracasso dei confini del mondo che comincia un film dalle grandi ambizioni: denunciare gli effetti devastanti del colonialismo economico in America Latina e immergersi nella spiritualità delle forze della Natura e della religione attraverso le disavventure tragiche di semplici abitanti del pianeta.

Il tutto in uno stile narrativo che mischia realismo, simbolismo e un lirismo quasi sovrannaturale (che strizza l’occhio a La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky), accompagnato da un’impronta visiva molto forte (flashback in bianco e nero, immagini video, giri di camera, scenografie maestose e una fotografia splendida firmata da Francisco Gozon). Un’opera che si assume ogni rischio e che non cerca l’approvazione unanime degli spettatori, i quali potrebbero rimanere sconcertati da alcune scelte drammatiche…….

 

Venerdì 31 marzo 21.30

Charlie’s Country

Il cinema di impegno civile di De Heer fa emergere senza filtro e con la forza della denuncia la condizione aborigena attuale

Un film di Rolf De Heer. Con Peter Djigirr, Luke Ford, Jennifer Budukpuduk Gaykamangu, David Gulpilil, Peter Minygululu. Ritchie Singer

Biografico, durata 108 min.Australia 2014

Aborigenal, inglese sottotitolato in italiano

 

“Gli aborigeni che abitano nelle loro terre ancestrali vivono 10 anni di più rispetto a chi sta nelle comunità di reinsediamento”. E’ solamente uno dei dati presentati dal rapporto “Il progresso può uccidere – Survival International”, condotto su tutte le popolazioni indigene del mondo. Se ne sta accorgendo anche Charlie, aborigeno che ormai da anni vive in una sorta di “riserva” che le autorità australiane hanno creato per la sua popolazione nel nord del paese: scisso tra due modi di vivere, due culture, Charlie – che un tempo cacciava per vivere – decide di tornare “a casa”. Di riappropriarsi della propria terra. Ma non sarà facile.

 

Venerdì 7 aprile 21.30

El abrazo de la serpiente

Un film di Ciro Guerra. Con Jan Bijvoet, Brionne Davis, Luigi Sciamanna, Nilbio Torres, Antonio Bolivar.Yauenkü Migue, Nicolás Cancino

Avventura, durata 125 min. – Colombia, Venezuela, Argentina 2015, spagnolo, portoghese, aboriginal, tedesco, catalano, latino, inglese sottotitolato in italiano

 

Il tempo è la dominante segreta di questo racconto assorbito da una cornice misteriosa e impenetrabile come l’Amazzonia, privata di ogni esotismo da un bianco e nero che esprime, nella scala dei grigi, il suo percepibile profilo mutabile e multicolore.

El abrazo de la serpiente del colombiano Ciro Guerra che con questo film è stato candidato all’Oscar dopo la selezione nella Quinzaine di Cannes 2015, vede al centro della vicenda, che si sviluppa nell’arco di una trentina d’anni, ma ha il respiro del racconto infinito, lo sciamano Karamakate, ultimo rappresentante del suo popolo. Karamakate ha perduto nel tempo le sue qualità interiori e soprattutto i ricordi. Oggi, nel 1949, accompagna Richard Evans Schultes scienziato statunitense che a sua volta è sulle tracce della vecchia spedizione dello scienziato tedesco Teo Koch-Grunberg di cui faceva parte anche Karamakate, all’epoca nel pieno delle proprie forze. Durante il lungo tragitto alla ricerca della yacruna rarissima pianta terapeutica, Karamakate riacquisterà le sue qualità e non sarà più chullachaqui cioè un uomo vuoto. Guerra si fa creatore di un viaggio allucinante dentro al cuore di tenebra di un luogo che esige dai suoi ospiti una purezza spirituale, un distacco da ogni desiderio, da ogni bene e perfino da ogni sentimento, che esige l’ascolto della terra e una panica immersione nei suoi ritmi naturali che sembrano riflettere le frequenze dell’universo che, a sua volta, sembra ripetersi in questa diversa dimensione che è l’Amazzonia.  

 

Venerdì 14 aprile 21.30

Porfirio

Un film di Alejandro Landes. Con Harrilson Ramirez, Jazbleidy Sanchez, Porfirio Ramirez, Ramírez Reinoso, Aldana Jarlinsson. Yor Jasbleidy, Santos Torres

Drammatico, durata 101 min. – Colombia, Francia, Spagna, Uruguay, Argentina 2011, spagnolo sottotitolato in italiano

 

Porfirio ha le gambe paralizzate, vive grazie all’aiuto del figlio factotum e con la moglie, conduce un’esistenza precaria aspettando un sussidio di infermità che non arriva. Acquista una bomba a mano al mercato nero, la nasconde nei pannoloni e si imbarca su un aereo.

Opera seconda di Alejandro Landes, Porfirio è un’operazione che si situa tra il documentario iperrealista di Pedro Costa (No Quarto da Vanda) e quel cinema iraniano che si fonda sulla ricostruzione di fatti di cronaca, facendoli interpretare dai suoi stessi protagonisti (Close-Up, La mela). Proprio da questo secondo tipo di lavoro parte Landes, colpito dalla notizia di un aereo dirottato da un uomo paralizzato, Porfirio Ramirez Aldana, cui farà fare il ruolo di se stesso.

L’esistenza di Porfirio è seguita da vicino, con una macchina da presa che gli tiene il fiato sul collo, e che impietosamente non risparmia nulla dei dettagli corporali e fisiologici, del lavarsi, delle pulizie. Così come viene ostentato, anche nella locandina del film, quel segno sulla schiena, residuo cicatrizzato del colpo di proiettile che lo ha reso infermo. Uno sguardo sempre rigoroso, entomologico. È una vita da larva, come simboleggiato da un bruco che gli striscia di fianco nel cortile. E come un bruco destinato a diventare farfalla, anche Porfirio arriverà a librarsi nell’aria, salendo sull’aereo. Il film ha un ritmo estenuante, che comunica agli spettatori quella che è la snervante quotidianità del protagonista, la sua indigenza, cui la burocrazia fatica a riconoscere gli aiuti spettanti.

Il conflitto civile in corso in Colombia, tra forze militari, paramilitari e guerriglia, pur non essendo mai espressamente citato, aleggia per tutto il film. Porfirio dice che il figlio ha difficoltà a trovare lavoro per il fatto di non avere una carta militare. Si sente perennemente in sottofondo, grazie a un accuratissimo lavoro sul suono, il rumore degli elicotteri dell’esercito, come si capirà alla fine.

A un certo punto il film cambia registro, il documentario cede il passo alla vicenda del dirottamento e si perde la centralità, l’insistenza morbosa su Porfirio e quasi tutto avviene fuori campo. Si torna poi al protagonista nell’ultima scena, ripreso a fare il cantastorie che narra l’episodio.

 

Venerdì 21 aprile 21.30

Oranges and Sunshine

Un film di Jim Loach. Con Hugo Weaving, David Wenham, Emily Watson, Tara Morice, Stuart Wolfenden. Helen Grayson, Molly Windsor, Ruth Rickman, Adam Morgan, Greg Stone Drammatico, durata 105 min. – Gran Bretagna, Australia 2010, inglese sottotitolato in italiano

Non dev’essere facile portare quel cognome ma Jim Loach, avendo già una vasta esperienza di documentarista alle spalle, è arrivato al suo lungometraggio d’esordio senza complessi nei confronti del padre Ken. Puntando dritto all’esplorazione di un tema complesso, che lui stesso ha definito “la natura dell’identità e che cosa ci rende ciò che siamo”.

La vicenda raccontata da Oranges and Sunshine è infatti quella di Margaret Humphreys, un’assistente sociale di Nottingham che portò alla luce uno dei più raccapriccianti scandali civili degli ultimi tempi: la deportazione dal Regno Unito in Australia di oltre 30 mila bambini orfani o indigenti, perpetrata dal governo inglese durante un periodo compreso tra il 1930 e il 1970 per offrire braccia forti e giovani all’impero.

 

Venerdì 28 aprile 21.30

Baran

 

Un film di Majid Majidi. Con Fouad Nahas, Majid Majidi

Drammatico, durata 98 min. – Iran 2001, farsi

sottotitolato in italiano

 

Alcuni rifugiati afghani lavorano in un cantiere di Tehran, come manovali. Un giorno Najaf ha un incidente ed è costretto ad abbandonare il lavoro. Ma il suo stipendio è necessario per non far morir di fame la sua famiglia. La figlia Baran si traveste da uomo e si offre di sostituirlo. Il cinema iraniano esce dai circuiti locali sulla scia della fama di Kiarostami. L’identità culturale di questo cinema rimane forte e non cede alle lusighe del mercato. Anche Baran, fiaba incantanta sprofondata nelle asprezze di una società ancora integralista eppure piena di conflitti, sente i legami e le radici con una tradizione visiva e narrativa che ormai ha abituato anche gli spettatori occidentali ai suoi ritmi di racconto. La cinematografia iraniana corre forse un unico rischio; quello di cristallizzarsi nella voce unica di questa tradizione affossando in un paradigma culturale i fermenti della società iraniana in evoluzione.

NON FATECI LA FESTA

  • febbraio 24, 2017 11:12 pm

ECCENTRICHE VISIONI (2017)

  • febbraio 2, 2017 10:00 am

 

 

Venerdì 3 FEBBRAIO 21.30

Biblioteque Pascal

Un film di Szabolcs Hajdu, con Orsolya Török-Illyés, Andi Vasluianu, Gheorghe Dinica, Oana Pellea.

Drammatico, durata 105 min. – Hungary, 2010

(Romanian, English, Hungarian, Spanish, German, sottotitolato in italiano)

 

Dove c’è il fumo, c’è anche il fuoco. Tutte le storie, per quanto bizzarre possano essere, hanno un fondamento reale. È questa la premessa dell’impressionante quarto film dell’ungherese Szabolcs Hajdu, Bibliothèque Pascal, che racconta, sotto forma di favola crudele, la spaventosa storia di una donna finita in un giro di prostituzione.

In una delle scene chiave di Bibliotheque Pascal, la protagonista Mona (interpretata da Orsolya Török-Illyés, moglie del regista), metà romena e metà ungherese, partecipa a una festa di un non meglio specificato paese dell’Europa dell’est e racconta una storia fantastica, piena di angeli e meraviglie, che cattura il pubblico. Mona è chiaramente una narratrice nata. Come un gioco di specchi, alla fine del film vediamo la zia di Mona, Radica (impersonata dalla veterana attrice romena Oana Pellea), che vende i biglietti per assistere a una performance narrativa favolosa (in tutti i sensi) ad opera della figlioletta di Mona, Viorica (Lujza Hajdu): un numero incredibile di cui pochi sarebbero capaci, ma di cui si è già avuto un assaggio con il padre della piccola, un fuggiasco bello quanto rozzo e omofobo (Andi Vasluianu).

 (di Adriano di Pietro- www://cineuropa.org)

 

 

Venerdì 10 FEBBRAIO 21.30

Cavalo Dinheiro

Un film di Pedro Costa, con Tito Furtado, Antonio Santos, Vitalina Varela, Ventura

Drammatico, durata 104 min. – Portogallo 2014

(Portoghese, sottotitolato in italiano)

 

Horse Money (Cavalo Dinheiro) l’ultimo film di Pedro Costa, si apre con gli unici brandelli concreti di una storia che in realtà non esiste più se non nel cuore di coloro che l’hanno vissuta. Le fotografie in bianco e nero che scorrono davanti ai nostri occhi all’inizio del film ci mostrano dei volti sconosciuti, segnati dalla fatica, volti che vorrebbero finalmente trovare la luce dopo aver vissuto per troppo tempo nell’ombra. Questa sequenza iniziale rappresenta l’unica realtà concreta, documentaristica, di Horse Money, che scivola subito dopo nel mondo dei fantasmi, dei ricordi narrati da Ventura, emigrato da Capo Verde a Lisbona nella speranza di trovare una vita migliore. Quello che in realtà lo attende è un buco nero immenso che ben presto lo risucchia, lo annienta, allontanandolo dalle sue radici e allo stesso tempo impedendogli l’accesso ad un mondo che lo rigetta. Ventura vive in un limbo, si trasforma piano piano in fantasma, si ritrova sprovvisto sia di passato che di futuro, usato e rigettato in vita e dimenticato una volta morto dalle cronache ufficiali. Proprio come il suo cavallo Dinheiro, Ventura è divorato dagli avvoltoi che lo hanno sfruttato fino a fargli perdere qualsiasi dignità, fino a frantumare tutti i suoi sogni. Il quartiere di Fontainhas che ha visto sfilare tanti senza nome come Ventura non c’è più. Proprio come le speranze delle persone che l’hanno abitato, il quartiere si è sgretolato, è finito nell’oblio.

Horse Money è un condensato di momenti tanto forti da sfiorare la dimensione epica. Un progetto estremamente ambizioso e forte che necessita tempo per essere elaborato. Pedro Costa dà ancora una volta luce alle ombre che abitano la sua città, scrive la storia di un popolo che non è mai esistito. Il risultato è un ritratto quasi cavalleresco, sublime, fatto di sussurri, lacrime che scorrono silenziose ed emozioni finalmente espresse anche se a fatica. Un film che va visto e rivisto.

(di Giorgia Del Don – www.cineuropa.org)

 

 

Venerdì 17 FEBBRAIO 21.30

A Girl Walks Home Alone At Night

Un film di Ana Lily Amirpour. Con Sheila Vand, Arash Marandi, Marshall Manesh, Mozhan Marnò, Dominic Rains. Horror, durata 101 min. – USA 2014.

(Farsi, sottotitolato in italiano)

 

Girato in un bianco e nero anamorfico come se fosse una graphic novel, A Girl Walks Home Alone At Night è una sorta di Sin City iraniano, molto meno pop e più neorealista, con una città fantasma, chiamata non a caso Bad City, desolato rifugio per prostitute, tossici, spacciatori, magnaccia, barboni e delinquenti. Un luogo deserto e polveroso, tenuto in vita dai pozzi petroliferi e con i cadaveri dei morti ammazzati ammassati ai bordi delle strade. Al calar della sera, infatti, una taciturna ragazza dal lungo velo color pece, dalle labbra rosso fuoco e dalla maglietta a righe cammina da sola, ammaliando vittime e innocenti prima di succhiar loro il sangue. Fino a quando non incrocia la propria strada con quella di un ragazzo mascherato da Dracula…

 

Una storia d’amore decisamente inusuale, un frullato di generi, archetipi e iconografie che prendono subito forza sul grande schermo grazie alla coraggiosa impronta registica della Amirpour, che tra silenzi, techno, rock iraniano (Federale, Radio Tehran, Bei Ru, Farah, White Lies, Kiosk, Free Electric Band, Dariush) e tracce che rimandano al Morricone western di leoniana memoria ha dato vita ad uno dei titoli vampireschi più originali degli ultimi anni. Un incontro/scontro tra anime sole e perdute costrette ad abitare in un non-luogo in cui non esistono leggi. Se non quella del più forte. Tratto da un suo stesso corto, il film della regista iraniana paga a prima vista la limitatezza dei dialoghi e dei fatti narrati all’interno dello scrit per poi travolgerti grazie alla forza delle immagini, che trasudano paura, solitudine, angoscia, sopravvivenza, colpevolezza, mistero, romanticismo.

 

Con il lungo velo nero che sembra avvolgere tutto e tutti al suo minaccioso incedere, la bella e inquietante Sheila Vand, vista in Argo di Ben Affleck e più recentemente in Whiskey Tango Foxtrot di Glenn Ficarra e John Requa, divora uomini, grazia le donne e istruisce bambini incutendo loro paura, concedendo poco o niente di se’ tanto a noi spettatori quanto ai co-protagonisti della pellicola. Teso e surreale, lento nel suo sviluppo ma ipnotico dal punto di vista visivo, A Girl Walks Home Alone At Night prende a piene mani dagli spaghetti western, dai fumetti, dal cinema horror e dalla nouvelle vague, rielaborando il tutto attraverso l’occhio ‘pulp’ di una 36enne che ha saputo trarne una conturbante storia d’amore tra figure colpevoli e dal cuore nero, grondante sangue e sensi di colpa. Interessata a scoprire il passato della sua spaventosa protagonista, la Amirpour ha poi dato vita ad una graphic novel intitolata ‘Death is the Answer’, che prima o poi potrebbe persino diventare prequel cinematografico visto e considerato che della vampira Vand non sappiamo nemmeno il nome. Ma è di fatto impossibile non rimanerne comunque affascinati, sin dal momento in cui la vediamo ballare da sola nella propria cameretta prima di truccarsi, infilarsi il velo e andare a caccia. Di notte. (Di Federico Boni- http://www.cineblog.it)

 

Venerdì 24 FEBBRAIO 21.30

Cosmos

Un film di Andrzej Zulawski, con Sabine Azéma, Jean Francois Balmer, Jonathan Genet, Victória Guerra, Ricardo Pereira, Johan Libéreau, Andy Gillet.

Drammatico, durata 103 min. – Francia, Portogallo, 2015 (Francese, sottotitolato in italiano)

 

Fedele a se stesso Andrzej Żuławski, regista polacco, francese d’adozione, decide ancora una volta, a quindici anni di distanza dal suo ultimo La fidelité, di remare contro corrente, costi quel che costi. La storia narrata nel suo personalissimo Cosmos gira intorno alla figura di Witold, giovane efebo dalle sembianze pasoliniane (Teorema è apertamente citato nel film), scrittore appassionato indirizzato verso una carriera d’avvocato che lo lascia indifferente. Questo, accompagnato da Fuchs, sorta di Sancho Panza omosessuale licenziatosi da una casa di moda parigina, decide di andare a trascorrere qualche giorno in campagna, in una pensione familiare. Lì i due incontrano una gruppetto di personaggi assolutamente fuori dagli schemi che fluttuano allegramente fra realtà e finzione. Notevole e piena di brio l’interpretazione di Sabine Azéma, la proprietaria della pensione.Una serie di presagi inquietanti: a partire dal passerotto impiccato che incontrano al loro arrivo, passando per un pezzo di legno finito nello stesso modo fino ad arrivare all’impiccagione del gatto di famiglia (perpetrata dallo stesso Witold), punteggiano inesorabilmente il loro soggiorno in un’escalation di crudeltà che sembra non poter finire che fatalmente. Cosa ci vuole dire Andrzej Żuławski con il suo film che ha tutta l’aria di una scatola di Pandora? Dove vuole portarci e soprattutto perché? Costruito come una coreografia (molto belli i primi piani delle mani di Witold che si muovono all’unisono con quelle della figlia della proprietaria della pensione, come sotto ipnosi) Cosmos presenta una realtà a metà strada fra sogno ed incubo dove ogni cosa si riflette nel suo contrario e dove la bellezza è sempre sul punto di trasformarsi in orrore. In questo senso emblematiche sono le bocche della giovane proprietaria e della cameriera: l’una perfetta, l’altra torva. Questo continuo andirivieni di realtà spinge Witold, lui stesso roso da una schizofrenia sempre più inquietante che cresce parallelamente alla sua passione per la giovane proprietaria, a grattare compulsivamente la superficie delle cose, sempre più in profondità, come accecato. L’apparente anacronismo che domina tutto il film (dal manierismo degli attori all’inverosimiglianza dei loro costumi) sembra respingerci, come se Żuławski volesse obbligarci a osservare la storia da una certa distanza. Cosmos ci fa viaggiare senza sosta da un pianeta all’altro come bruciati da un amore accecante che visto dall’esterno risulta quasi ridicolo. E se l’amore, la passione non fossero che questo, la trasformazione improvvisa del quotidiano in qualcos’altro di più grande, di folle, di grottesco? In ogni caso è quello che ci viene suggerito: “ho conosciuto il miracolo fra grazia e maledizione. Ho amato” declama infine l’ubuosco capo famiglia in preda ad un liberatorio impeto di follia.

(www.cineuropa.org)

 

  

Venerdì 3 marzo 21.30

Innocence

Un film di Lucile Hadzihalilovic con   Zoé Auclair, Lea Bridarolli, Bérangère Haubruge.

Drammatico, mistery, durata 122 min. – Francia, 2015.

(Francese, sottotitolato in italiano)

 

L’incipit di Innocence, costruito attraverso un montaggio frammentato, si presenta con un movimento di macchina che procede dal cadre bucolico esterno per introdursi progressivamente negli spazi interni della casa. Sin dal principio si registra pertanto l’importanza della scelta di un tipo ambientazione aliena al territorio circostante, a cui la regista ricorre anche nel suo ultimo lavoro Evolution [id., 2015], con lo scopo di creare un clima di tensione e suspense. Ma non solo: il set bucolico evoca anche un’atmosfera di protezione. Tant’è che nell’intervista rilasciata per la rivista cinematografica Sight & Sound a proposito del suo ultimo film, alla domanda dell’intervistatore Nick Bradshaw, «E anche questi scenari metaforici altamente isolati dove qualcosa di strano sta accadendo provengono dalla tua educazione?», la regista francese risponde: «Ho avuto un’infanzia abbastanza protetta […] così forse i film riflettono la sensazione di essere protetti come anche isolati in un luogo naturale che si tratti del mare o di una foresta».5 Inoltre, l’overture del film della Hadzihalilovic gode di grande importanza anche per un altro motivo: essa denota la rilevanza dell’aspetto visivo per il film, evidente nella rappresentazione della natura delle inquadrature iniziali. Afferma la regista: «È stato quindi molto importante lavorare sugli aspetti visivi, per renderlo affascinante abbastanza, per trasformare lo scenario in un personaggio, per rendere il posto realmente esistente e attraente per lo spettatore».

(Dall’intervista alla regista presente nel DVD- http://specchioscuro.it/innocence/ )

 

Venerdì 10 marzo 21.30

Evolution

 

Un film di Lucile Hadzihalilovic, con Max Brebant, Roxane Duran, Julie-Marie Parmentier, Mathieu Goldfeld, Nissim Renard.

Horror, mistery, durata 81 min. – Francia, Spagna, Belgio 2015

 (Francese, sottotitolato in italiano)

 

Nicolas è un ragazzino di 10 anni. Vive con sua madre su un’isola abitata esclusivamente da donne e adolescenti. In un ospedale, nei pressi dell’oceano, sono sottoposti a uno strano trattamento medico. Il ragazzo, alla soglia dell’adolescenza, comincia allora a interrogarsi su ciò che accade intorno a lui e si rende conto che sua madre mente. La notte, in spiaggia, le abitanti dell’isola si riuniscono. Nicolas è deciso a scoprire quello che fanno. E’ solo l’inizio di un incubo in cui il nostro giovane eroe rimane sempre più intrappolato, ma troverà un’alleata imprevista in Stella, una giovane infermiera.

 

Come nel suo ultimo film, Innocence (con una Marion Cotillard sublime nei panni della signorina Eva), in cui alcuni ragazzini si chiedevano che cosa sarebbe successo loro da grandi, in questo film, il giovane protagonista è tormentato e sente il bisogno di sapere che cosa diventerà quando sarà adulto.

 

Lucile Hadzihalilovic confessa di aver concepito Evolution come un viaggio sensoriale, un modo per esplorare un territorio sconosciuto (sebbene abbia attinto per alcuni elementi del film alla propria infanzia, come i paesaggi aridi e l’ospedale stile anni ‘60). E’ un’indagine personale sulla vita e il mondo che l’ha portata a creare questa comunità apparentemente idilliaca, costituita unicamente da donne (portatrici di vita) e dai loro figli, e a trasformarla in incubo. Il film riecheggia temi che la ossessionano: il fatto di diventare adulti, la sensazione di soffocare in un ambiente apparentemente piacevole, la condizione femminile…

 

Il rumori e il suono hanno un ruolo particolare in questa storia, come quello dell’acqua (che è spesso terreno di gioco per i bambini, ma qui diventa un elemento complicato con cui hanno un rapporto tenebroso). Evolution ha di fatto pochi dialoghi e invita lo spettatore a entrare in questo racconto onirico e a farne parte per capirlo. Tocca allo spettatore riunire i pezzi di questo puzzle enigmatico e malinconico.

 

Benché il soggetto sia di per sé interessante e originale, e malgrado la bellezza incredibile dei ralenti e dei suggestivi paesaggi vulcanici di Lanzarote (che rimandano a una sorta di erotismo naif), il film manca di ritmo e dialoghi, e alcune immagini sono così brutalmente realistiche da costringervi a chiudere gli occhi qualche secondo. Evolution, le cui vendite internazionali sono affidate a Wild Bunch, è innanzitutto un viaggio sensoriale, un’avventura. (di Aida Amasuno Martín-www.cineuropa.org)

 

 

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CRONACA DI UNA PASSIONE

  • gennaio 20, 2017 9:59 am

IL MESE DELLE MEMORIE (2017)

  • gennaio 4, 2017 10:50 am

Il mese delle memorie – Genocidi e dittature del ‘900

CinemAnemico, 6-13-14-20-21-27 e 28 gennaio  2017

 

 

“Vecchio” esclama il fantasma di un bambino, “Una peste si è portata via tutti!”

Il vecchio pelle e ossa risponde: “No figlio, non è una peste. È lo Stato. Scappa via di qui.”

 

Quest’anno con il ciclo “Il mese delle memorie”, CinemAnemico ricorda alcuni degli orrori che hanno caratterizzato il secolo scorso, tralasciando quindi quelli che affliggono il presente, in quanto già ci vengono ricordati ogni giorno.

CinemAnemico ha voluto dare il suo speciale contributo alla memoria andando a ricercare quei film che ci raccontano gli eventi più trascurati o quelli già riposti dalla coscienza collettiva nei cassetti del passato (pronti certo per essere riesumati, ma solo negli anniversari o in occasioni particolari). Ci siamo quindi di nuovo dedicati al popolo armeno, annientato dall’impero ottomano; al massacro in Rwanda, avvenuto sotto gli occhi impassibili del mondo occidentale; allo spietato holodomor (“moryty holodom”, che significa “infliggere la morte attraverso la fame”) inflitto dall’Unione sovietica al popolo ucraino. E ancora, senza fare sconti a nessuno, agli effetti terribili dei regimi dittatoriali sulle popolazioni, partendo dall’URSS di Stalin f
ino ad arrivare ai golpe in America latina degli anni settanta; al Cile e all’Argentina saranno interamente dedicati i sabati della rassegna, con ospiti che potranno aiutarci nella comprensione altre che nel ricordo. È un tentativo di evitare l’ennesima rimozione collettiva, ora che proprio a gennaio ci sarà la sentenza del processo italiano al Plan Condor, dibattuto per due anni nell’aula bunker di Roma, quasi totalmente ignorato dai media, e che speriamo che si concluda facendo giustizia per coloro che la aspettano da più di 40 anni.

Ed è nella convinzione che la memoria sia indispensabile e che il contributo del cinema sia fondamentale per diradare le coltri dell’oblio che proponiamo questa rassegna.

Rimane comunque l’amarezza nel constatare che fino a questo momento il ricordo non ha aiutato l’umanità a migliorare. Si continua a uccidere. Si continua a torturare. La domanda quindi che dobbiamo porci è: fino a quando?

 

Calendario:

 

Venerdì 6 GENNAIO

Holod 33, di Oles Yanchuk, ( Ucraina )

 

Un film crudissimo, una ricostruzione di una delle più dolorose sofferenze della storia contemporanea. Per questo film, girato nel 1991, il regista ha usato come traccia il romanzo “Il Principe Giallo”, il cui autore, Vasyl Barka, fu un testimone oculare di quanto avvenuto. Il libro è uscito in Italia soltanto da pochi mesi; anche per questa tragedia, come per tante altre, la realtà è stata per lungo tempo nascosta o negata, quasi a non voler riconoscere che il genere umano è capace di compiere simili atrocità.

 

Venerdì 13 GENNAIO

Puhdistus di Antti Jokinen (Finlandia, Estonia )

 

E’ la storia di due donne estoni la cui vita è stata segnata drammaticamente dall’epoca in cui hanno vissuto. Pur vivendo in periodi storici con caratteristiche molto differenti le due protagoniste hanno provato dolore, disperazione e violenza. La donna più anziana ha subito il periodo delle purghe staliniste e la sovietizzazione del suo paese; la più giovane ha vissuto l’effimera parvenza di libertà del ritorno al capitalismo, trovandosi intrappolata nel mercato del sesso.

 

Sabato 14 GENNAIO

  • Introduzione sul Plan Condor a cura di Alejandro Montiglio (Cileno, figlio di desaparecido, è stato ascoltato come testimone nel processo italiano al Plan Condor per il “caso Moneda”. Negli anni ha raccolto numerose testimonianze dirette sia sui giorni del colpo di stato in Cile che sul Plan Condor).
  • Colonia Dignitad di Florian Gallenberger (Cile)

 

Colonia Dignitad è una missione fondata e guidata da un predicatore tedesco, Paul Schäfer; è un’area inespugnabile dalla quale è pressoché impossibile fuggire che fu utilizzata negli anni del golpe dalla DINA, la polizia segreta di Pinochet per gli interrogatori e le torture.

 

Venerdì 20 GENNAIO 21.30

1915 di Garin Hovannisian (Armenia)

 

Nel 2015, esattamente cento anni dopo il genocidio armeno, un regista prepara uno spettacolo teatrale a Los Angeles per onorare le vittime della tragedia, un crimine orribile dimenticato e negato per quasi un intero secolo. Il film intreccia la memoria del popolo con quella personale degli attori in un delicato gioco di ricostruzione e di rimozione delle rimozioni.

 

Sabato 21 GENNAIO 21.30

  • Introduzione sul tema dei Figli rubati, a cura di Federico Tulli (Giornalista, collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega”, “Critica liberale”, il settimanale uruguayano “Brecha” e “Latinoamerica”, la rivista di Gianni Minà. Ha pubblicato, oltre ad altri libri, “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos”).
  • La historia oficial di Luis Puenzo (Argentina)

 

Una madre adottiva, moglie di un ricco funzionario di regime, che sospetta sua figlia essere figlia di desaparecidos intraprende un doloroso cammino alla ricerca della verità a fianco delle abuelas de plaza de mayo,

 

Venerdì 27 GENNAIO

Le jour où Dieu est parti en voyage di Philippe Van Leeuw (Rwanda)

 

Il film ci racconta di una madre tutzi in cerca dei propri figli durante i giorni del genocidio. E’ un film che fa riflettere profondamente sulla natura umana ed è anche un importante atto di denunzia perché mette in risalto la passività delle autorità dei paesi occidentali che, pur conservando la memoria dell’Olocausto, non furono capaci, cinquant’anni più tardi, di intervenire e di mettere fine a questa nuova atrocità.

 

Sabato 28 GENNAIO  

  • Introduzione sul processo italiano ai responsabili del Plan Condor, a cura di Andrea Speranzoni (Avvocato, si è occupato di processi relativi all’eversione di destra e di reati di terrorismo. Ha inoltre assistito come patrono di parte civile familiari delle vittime, Enti pubblici e A.N.P.I. nei processi sulle stragi naziste. Dal 2013 patrono di parte civile di familiari delle vittime nel processo per i crimini commessi nell’Operazione Condor in America Latina).

 

  • La batalla de Chile: La lucha de un pueblo sin armas – Segunda parte: El golpe de estado (1976) di Patricio Guzmàn (Cile)

 

“La Battaglia del Cile” è un documentario storico in tre parti, realizzato nello stesso momento in cui avvenivano i fatti, negli anni ’70 e ’80. In questo episodio, Guzmán ricostruisce gli ultimi mesi del governo di Allende, gli scontri nelle strade, nelle fabbriche, nei tribunali, nelle università, lo sciopero dei camionisti fomentato dagli Stati Uniti (con Nixon e Kissinger), la cospirazione dei militari e infine il tragico epilogo con il palazzo della Moneda bombardato da Pinochet.

  

 

Proiezioni presso la Casa del popolo di Settignano, ore 21.30. Ingresso riservato ai soci.

 

Per maggiori info:

www.cinemanemico.net

cinemanemico@yahoo.it

RAGAZZI IN CAMMINO (2016)

  • novembre 12, 2016 7:29 pm

ragazzi-in-cammino-2016Venerdì 2 dicembre 21.30

Theeb

Un film di Naji Abu Nowar. Con Jacir Eid Al-Hwietat, Hussein Salameh Al-Sweilhiyeen, Hassan Mutlag Al-Maraiyeh, Marji Audeh, Jack Fox

Drammatico, durata 100 min. – Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Gran Bretagna 2014

Arabo sub.ita

Un piccolo grande film che allarga i confini della nostra coscienza

 Deserto di Wadi rum 1916. Theeb è un ragazzino beduino di pochi anni e di grande curiosità. Orfano di padre, è cresciuto da Hussein, il fratello maggiore, che lo inizia alla caccia e ai principi della vita nomade. Le sue giornate, scandite da esplorazioni e momenti ludici, sono interrotte dall’arrivo di un ufficiale inglese che chiede rifugio e aiuto per raggiungere un antico pozzo lungo la strada battuta dai pellegrini diretti alla Mecca. La legge dei beduini, che accoglie e protegge i propri ospiti, ‘ordina’ a Hussein di condurre l’ufficiale a destinazione. Theeb, intrigato dallo straniero e dalla scatola ‘magica’ che porta con sé, decide di seguirli di nascosto. Scoperto molto presto, ma troppo tardi per riportarlo all’accampamento nomade, Theeb intraprenderà un viaggio avventuroso al termine del quale niente per lui sarà più lo stesso.

Opera prima di Naji Abu Nowar, Theeb è il viaggio di formazione di un giovane beduino attraverso il deserto e dentro la Storia. Ambientato nel 1916, dove infuria la Prima Guerra Mondiale, Theeb accompagna un ragazzino verso la maturità e svolge insieme la trasformazione di una civiltà antica. Perché la guerra entra nella vita nomade e scandita di chi ‘abita le tende’ e ne sconvolge le tradizioni, le regole e gli equilibri. Il progresso ha il profilo biondo di un ufficiale inglese e lo sbuffo sferragliante di un treno, che taglia il deserto e ne interrompe l’infinitezza. In quel deserto si muove il piccolo Theeb, ignaro del mondo e degli uomini che lo abitano facendo il bene e troppo spesso il male. Nel Centenario della Grande Guerra, il film di Naji Abu Nowar ‘apre’ il fronte mediorientale e ci racconta attraverso lo sguardo di un bambino gli accadimenti e gli sconvolgimenti profondi accaduti. I confini imposti artificialmente dalle potenze coloniali, il sostegno tedesco ai movimenti islamici radicali in chiave anti-britannica e anti-francese, il collasso dell’Impero Ottomano e l’incapacità di trovare entità governative altrettanto stabili, sono tutte conseguenze dirette della Prima Guerra Mondiale, conseguenze che il giovane regista giordano lascia emergere dalle immagini e riemergere dai pozzi, i due pozzi tra cui si muovono beduini, stranieri, pellegrini e predoni. Qualcuno alla ricerca di Dio, qualcun altro di ricchezza, di potere, di conoscenza.

 

Venerdì 9 dicembre 21.30

Hide your smiling faces

Un film di Daniel Patrick Carbone. Con Ryan Jones, Nathan Varnson, Colm O’Leary, Christina Starbuck, Chris Kies, Andrew M. Chamberlain, Clark Middleton, Ivan Tomic

Drammatico, durata 81 min. – USA 2013

Inglese sub.ita

 

Il film racconta la storia di due fratelli e del trauma che sono stati costretti ad affrontare dopo la morte misteriosa di un loro amico. Quando accadde, l’evento scosse l’intera città, turbando profondamente i due ragazzini e i loro amici. Dopo l’incidente, le interazioni con gli altri assunsero toni differenti, portando sia Eric, 14 anni, che Tommy, 9, a rintanarsi sempre di più nelle loro intimità. E a chiudersi, quando il tema della morte veniva affrontato, in un silenzio sempre più insormontabile.emozionante, privo di ogni retorica.

 

Venerdì 16 dicembre 21.30

El ultimo verano de la boyta

Un film di Julia Solomonoff. Con Guadalupe Alonso, Nicolás Treise, Mirella Pascual

Drammatico – LGBT, durata 93 min. – Argentina 2013

Spagnolo, sub. Ita

 

L’estate rappresenta un giro di boa per la giovane, chiassosa Jorgelina. Abbandonata dalla sorella adolescente, si dirige verso la casa di campagna di famiglia con suo padre, recentemente separato. Nelle vaste e assolate pampas argentine, Jorgelina si ritrova con il suo compagno di giochi dell’infanzia, Mario, l’orgoglioso ma riservato figlio di un direttore di un ranch che si sta preparando per la sua prima corsa ai cavalli. [fonte: cinemagay.it]

 

La boyita è una roulotte nel giardino di Jorgelita, dieci anni, e della sorella Luciana, tredici, un luogo di giochi, nascondiglio segreto, casita, riparo, che occupa intensamente i primi minuti del film, così come ha occupato fino a quel momento le vite delle due ragazzine.

El último verano è l’ultima estate. Ultima, appunto, prima che tutto, definitivamente, cambi. Prima della separazione dei genitori. Prima della partenza per le vacanze, Luciana con la madre, al mare, e Jorgelita con il padre, in campagna. Prima delle prime mestruazioni. Prima, soprattutto, di conoscere il segreto di Mario.

Se c’è una cosa che Jorgelita non esita a fare è porre domande. A se stessa e agli adulti con medesima franchezza, identica intelligente ostinazione. Sarà la campagna, con la sua lentezza inusitata, la sua calura insopportabile, il teatro di molte iniziazioni nel campo dei sentimenti, dell’identità, dei vincoli parentali e delle leggi talvolta crudeli che li regolano, dello sviluppo fisico, della percezione del dolore e del piacere. In questo viaggio di formazione, Jorgelita ha per compagno un ragazzino biondo di nome Mario, figlio di braccianti, cresciuto in mezzo ai cavalli e ai campi, silenzioso, resistentissimo. In corpo un segreto antico, che lui stesso, alle soglie dell’adolescenza, fatica a spiegarsi.

Questo film – uscito nel 2009 al festival internazionale di San Sebastian e da allora pluripremiato – è assente dalla grande distribuzione, e dunque tragicamente invisibile ai più. È il destino di molte pellicole che passano nella programmazione di festival e rassegne e poi spariscono in un buco nero. Con la storia di Jorgelita e Mario la regista argentina Julia Solomonoff firma un capolavoro e tocca un tema difficilissimo – l’intersessualità – da grande narratrice, senza indecisione, con infinita dolcezza.

El último verano de la boyita è un film per ragazzi, per adolescenti e per adulti, da vedere più di una volta, da cercare, da mostrare nelle scuole, soprattutto, senza timore e senza veli.

[Giulia Mirandola per topipittori.blogspot.it]

 

Venerdì 23 dicembre 21.30

The long day closes

Un film di Terence Davies. Con Marjorie Yates, Leight McCormack, Anthony Watson

Commedia, durata 84 min. – Gran Bretagna 1992. Inglese sub.ita

 

 Liverpool, anni Cinquanta: Bud vive il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Di indole solitaria, è emarginato dai compagni di scuola e divide il suo tempo tra la passione per il cinema e quella per la musica. Sono soprattutto le canzoni e i piccoli spettacoli della madre, figura dominante, ad accompagnare le sue ore, fino a quando, un giorno…

[fonte: filmtv.it]

Parlare del delicato passaggio dalla fanciullezza alla turbolenta adolescenza è compito arduo per qualsiasi artista vi si voglia cimentare. Se già l’analisi puntuale e approfondita del romanzo richiede un autore di grande abilità per assolvere il compito (come non citare il Salinger de Il giovane Holden e, in misura diversa, anche King nel suo celebre racconto Il corpo da Stagioni diverse), il cinema esige un ulteriore sforzo proprio perché i travagli interiori, le incertezze, i dubbi del bambino che cresce sono affidati non ad un’analisi di coscienza puntuale parola per parola ma ad un flusso di immagini che, nel breve arco di tempo concesso ad un’ opera cinematografica deve condensare una metamorfosi radicale e riuscire a comunicarla debitamente al pubblico.

Terence Davies, inglese di Liverpool nato in una famiglia operaia, è forse l’autore britannico più radicale (ma non radicale alla Greenaway, per intenderci – o per lo meno non così criptico ed intellettualista), più vicino agli echi letterari di Dickens e alla fusione tra musica/canzone e cinema.

[fonte: Matteo Ruzza per pellicolascaduta.it]

 

Venerdì 30 dicembre 21.30

Jack

Un film di Edward Berger. Con Ivo Pietzcker, Georg Arms, Luise Heyer, Nele Mueller-Stöfen, Vincent Redetzki.

Drammatico, durata 103 min. – Germania 2014.

Tedesco sub.ita

Jack ha 11 anni e un fratello più piccolo. I due avrebbero anche una mamma, Sanna, se non fosse che, troppo impegnata com’è a vivere la propria vita di ragazza libera, tutto il peso delle vicende quotidiane (a partire molto spesso dalla prima colazione) non ricadesse su Jack. Fino a quando un incidente domestico, che avrebbe potuto avere più gravi conseguenze di quelle causate, non impone l’affidamento del figlio più grande ad un centro di assistenza ai minori. Jack soffre per questa separazione ma attende con ansia le vacanze per ricongiungersi a madre e fratello. Il bullismo di un compagno cambierà i suoi progetti.

Non è facile impostare l’80% della riuscita di un film sulle spalle di un giovanissimo protagonista che non è mai stato davanti a una macchina da presa. È la scommessa (vinta) da Edward Berger e Nele Mueller-Stofen che hanno affidato allo sguardo (in perenne ricerca di un senso nella vita) di Ivo Pietzcker il compito di guidare lo spettatore in un percorso di dolorosa crescita. La camera a mano di Jens Harant lo accompagna sin dal primo risveglio in cui è impegnato ad occuparsi di sé e del fratellastro (che brutta parola in italiano per ricordare che si è figli di un altro genitore) a cui vuole un bene profondo. Le vicende di Jack ci ricordano quanto abbia ragione il filosofo e sociologo Zygmunt Bauman quando in “Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi” ci ricorda che “Avere figli significa assumersi la responsabilità del benessere di un’altra creatura più debole e indifesa. L’autonomia delle proprie preferenze è destinata a essere compromessa reiteratamente, anno dopo anno, quotidianamente. Si corre il rischio di diventare, orrore degli orrori, ‘dipendente’. (…) Cosa più dolorosa di tutte, avere figli significa accettare tale dipendenza separatrice di fedeltà per un tempo indefinito, assumere un impegno irrevocabile e a tempo indeterminato, senza alcuna clausola ‘fino a ulteriore notifica’ annessa; il tipo di obbligo che mal si confà alla politica della vita liquido-moderna e che quasi tutti evitano accuratamente nelle loro altre manifestazioni di vita.” È quanto accade a Senna che non perde per questo l’amore del figlio anche se, a lungo andare, non può evitare di essere sottoposta a un giudizio. Jack le viene tolto per essere immesso in un mondo in cui nessuno di coloro i quali si trova a condividere le giornate ha l’animo sereno. Tutti hanno una ferita nel profondo e se qualcuno trova lenimento in un binocolo altri lo cercano nel trasferire la violenza, probabilmente subìta in precedenza, su chi ritengono più debole. Jack può anche sembrare la vittima sacrificale ma ha dentro di sé la forza di chi ha dovuto scoprire e interiorizzare anzitempo il senso della parola ‘responsabilità’. Fino a giungere alle decisioni più estreme. (Giancarlo Zappoli)

 

POPOLI SOTTO ASSEDIO (2016)

  • ottobre 29, 2016 6:10 pm

Venerdì 4 novembre 21.30

Mandariinid

Un film di Zaza Urushadze. Con Misha Meskhi, Giorgi Nakashidze, Elmo Nüganen, Raivo Trass, Lembit Ulfsak Drammatico, durata 87 min. – Estonia 2014Inglese, – sub. Ita

 

La storia di una linea spazio-temporale tesa tra due fronti e una sola assurda carneficina

    

 Ivo e Margus provano a resistere sulla loro terra, ambita dai georgiani e difesa dagli abcasi. Ivo, esiliato estone, costruisce cassette per i mandarini di Margus, vicino di casa compatriota che sogna un ultimo raccolto prima di abbandonare il villaggio. Ivo invece non ha mai pensato di andarsene perché in quei luoghi ‘riposa’ il suo bene più prezioso. Vecchio e saggio Ivo è suo malgrado travolto dagli eventi. Uno scontro tra georgiani e mercenari ceceni, in cui sopravvivono soltanto due soldati, lo costringe a intervenire e a soccorrere nella propria casa e coi propri mezzi i feriti. Di parte avversa, i due ospiti provano a convivere sotto lo stesso tetto e sotto lo sguardo rigoroso di Ivo che converte il loro odio ottuso in un sentimento nobile e complesso.

“La guerra è sempre stupida”, scriveva Giuseppe Ungaretti ma ci sono guerre, “particolarmente stupide” come il conflitto georgiano-abcaso esploso all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica. In quel teatro di guerra, ficcato tra le montagne e il Mar Nero, Zaza Urushadze cerca, scava e trova le parole (e le immagini) per dire dell’irragionevolezza delle contese e della fermezza di due uomini che scelgono di non disertare la loro terra e la loro vita. Selezionato come miglior film straniero agli Oscar e ai Golden Globe, Mandarini non è un film di guerra abitato da supereroi che cuciono punti di sutura al fronte, è piuttosto la storia di una breccia, di una linea spazio-temporale tesa tra due fronti e una sola assurda carneficina. Costretti dalle ferite in una zona franca, i due militari, uno georgiano e l’altro ceceno, diventano attori di un dramma più teatrale che cinematografico, che elude la prevedibilità con un paio di scarti narrativi e un cast di attori rari, capaci di muoversi tra sopraffazione e compassione. Su tutti il ‘padrone di casa’ di Lembit Ulfsak, che abita una sede pacifica di poesia e incarna l’onore e la necessità di comunanza nella sofferenza.

 

Venerdì 11 novembre 21.30

Indigènes

 

Un film di Rachid Bouchareb. Con Jamel Debbouze, Samy Naceri, Roschdy Zem, Sami Bouajila. Bernard Blancan Titolo originale Indigenes. Drammatico, durata 125 min. – Francia 2006.

Francese – sub. Ita

 

Soldati a tutti gli effetti ma senza diritti

 

Algeria, 1943. Al richiamo dell’arruolamento per liberare la “patria” francese dai tedeschi, risponde il giovane e povero Said (Jamel Debbouze, il buffo protagonista di Angel-A, bravissimo in questo personaggio orgogliosamente umile), che parte lasciando sola la madre addolorata. Insieme a lui, Abdelkader, Messaoud e Yassir e tanti altri “soldati indigeni” cui l’esercito riserva un trattamento diverso rispetto ai commilitoni francesi. Ai soldati africani non è concesso lo stesso rancio, né le licenze, le promozioni o i ruoli di comando che invece spettano ai francesi. Ma combattono come i loro compagni, muoiono come loro, soffrono come loro e alla fine con dignità e valore conquistano la stima e il rispetto del sergente del battaglione. Combattimenti sanguinosi: Italia, Provenza, Vosges, Alsazia, ricostruiti con un realismo semplice e espressivo, lontano dagli effetti hollywoodiani, si alternano alla vita da campo descritta attraverso i particolari legami psicologici e affettivi che si instaurano fra i soldati. Il regista francese-algerino Rachid Bouchareb racconta un episodio della Storia trascurato dalla memoria collettiva per parlare dei suoi antenati, per trasmettere la grande umanità di un popolo e di una nazione. E lo fa con il respiro ampio di un cinema di guerra classico, profondo e emozionante, privo di ogni retorica. 

 

Venerdì 18 novembre 21.30

L’envahisseur

Un film di Nicolas Provost. Con Isaka Sawadogo, Stefania Rocca, Serge Riaboukine, John Flanders, Carole Weyers, CinSyla Key, Tibo Vandenborre. Dieudonné Kabongo, Noureddine Farihi, Isaka Sawadogo. Drammatico, durata 95 min. – Belgio 2011

Francese, sub. Ita

L’immigrato Amadou diviso tra bisogno di amore e desiderio di vendetta

 

Amadou è un immigrato clandestino africano che trova lavoro a Bruxelles in un’impresa edile. Chi lo sfrutta è africano come lui e lo costringe a vivere in un luogo degradato. Il giorno in cui scopre che un suo compagno di sventura è stato buttato fuori dal dormitorio perché ammalato, Amadou decide di ribellarsi sfasciando l’auto dello sfruttatore. Da quel momento diventa oggetto e soggetto di una caccia all’uomo che sembrerebbe trovare una tregua solo nel rapporto con una donna belga: Agnès.

Una donna giovane e bella, nuda su una spiaggia e inquadrata a partire dalla vagina. Questa è l’immagine di apertura del film che ricorda allo spettatore più avvertito il censuratissimo quadro di Gustave Courbet “L’origine del mondo”. Amadou ha fatto naufragio in prossimità di una spiaggia di nudisti e la donna che gli si avvicina è la prima immagine della nostra civiltà che si rivela al suo sguardo. Ci sarà un’altra donna nella storia, la manager Agnès, alla quale lui penserà di fare riferimento non comprendendo che non sarà possibile. Intanto però l’immigrato clandestino avrà attraversato una sorta di kubrickiana porta delle stelle oltre la quale troverà un mondo in cui a dettare le regole che prevedono il degrado dei sottoposti sarà qualcuno che ha la pelle del suo stesso colore. Nella prima parte Nicolas Provost (grazie alla collaborazione con il suo attore preferito Issaka Sawadogo) riesce a offrirci l’immagine di un uomo integro messo a confronto con una società che non ha niente della bellezza che gli si è presentata dinanzi su una spiaggia sconosciuta. Progressivamente però finisce con il precipitare in un mèlo alla cui tenuta non giovano anche alcuni vuoti di sceneggiatura (vedi la doppia visita all’abitazione del boss che inizialmente risultava ben protetta). Anche se lo sguardo della macchina da presa resta lucido è la storia che, suddividendosi tra vendette e richieste di amore, finisce con l’indebolirsi proprio quando vorrebbe ottenere l’effetto opposto 

 

Venerdì 25 novembre 21.30

Loin des Hommes

Un film di David Oelhoffen. Con Viggo Mortensen, Reda Kateb, Djemel Barek, Vincent Martin, Nicolas Giraud.   Jean-Jérome Esposito, Hatim Sadiki, Yann Goven, Antoine Régent, Sonia Amori, Antoine Laurent, Angela Molina Drammatico, durata 110 min. – Francia 2014 Francese, sub. Ita

Un western a tutti gli effetti, dalle riprese magnificenti alla presentazione di una realtà socio-culturale quasi inestricabile

 

Algeria, 1954. La rivolta contro i francesi sta prendendo sempre più corpo e Daru, insegnante di sangue misto franco-spagnolo nato nel Paese, insegna a leggere e scrivere ai bambini figli dei pastori di una località perduta tra i monti dell’Atlante. Gli viene consegnato un prigioniero algerino che ha ucciso un cugino. Il suo compito è scortarlo alla città più vicina perché venga giudicato e condannato a morte. Daru non intende eseguire la consegna.

È un racconto di Albert Camus che ben conosceva la situazione algerina ad ispirare questo film che per gran parte del tempo rispetta l’assunto. Daru e il suo prigioniero scelgono di stare lontani dagli uomini proprio per dare spazio ad un’umanità che la guerra, strada per strada e sentiero per sentiero, vorrebbe cancellare in nome del ‘dovere’. I due uomini imparano progressivamente a conoscersi in quello che il regista francese considera un western a tutti gli effetti. Gli va riconosciuto in materia il rispetto dei luoghi classici del genere che lo spettatore non faticherà a riconoscere.

Ciò che gli difetta nella prima parte è però la scelta dei tempi. Assistiamo cioè a una dilatazione di situazioni che vorrebbero divenire essenziali da un punto di vista della significazione ma talvolta mancano l’obiettivo. Ciò che resta invece impresso, oltre alla magnificenza delle riprese di un territorio tanto arido quanto visivamente efficace, è la presentazione di una realtà socio-culturale quasi inestricabile. I soldati algerini che hanno combattuto per l’esercito francese durante la seconda guerra mondiale ora gli si rivoltano contro ma sanno distinguere in Daru colui che per gli autoctoni è adesso considerato un francese mentre per i francesi è un algerino. Ciò che invece suona un po’ stonato alla sensibilità moderna (ma che probabilmente faceva parte del racconto di Camus) è quel tanto di paternalismo ‘alla francese’ che finisce con il dettare la strada al ‘povero’ prigioniero che viene liberato dal ‘maestro’ con tanto di viatico in chiave di declamazione religiosa.

Indie-pendence day 7-14-21 e 28 ottobre 2016

  • ottobre 12, 2016 7:29 pm

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CinemAnemico, 7-14-21 e 28 ottobre 2016

“(i film indipendenti americani) vengono prodotti in un mondo ad ultra basso budget lontanissimo da quello dei blockbuster hollywoodiani; adottano strategie formali che abbandonano o smontano le convenzioni della lineare scorrevolezza tipiche dello stile classico hollywoodiano; offrono prospettive provocatorie su questioni sociali, una rarità a Hollywood ”.
(Geoff King, American Independent Cinema, London and New York: I.B. Tauris & Co Ltd, 2005)

Le rassegne di CinemAnemico 2016-2017 si aprono con un omaggio al cinema indipendente americano.
I film scelti sono quattro gioielli che esprimono tutte le caratteristiche dell’Indie: l’estetica, la denunzia sociale e il basso costo.

Si inizia venerdì 7 ottobre con Prince Avalance di David Gordon Green, il regista che, secondo alcuni recensori, avrebbe “rivoluzionato” il cinema indie americano degli ultimi anni. Prince Avalance è un piccolo capolavoro, dove l’estetica si combina con il contenuto. Sono belli i paesaggi (nonostante la brutta ferita di un incendio devastante), sono belli i due protagonisti nella loro diversità che all’inizio li pone agli antipodi ma che va progressivamente perdendo d’importanza con l’avanzare del film, della loro storia, della comprensione reciproca e quindi del consolidamento del loro rapporto. Tutta la storia ci viene raccontata con un tono leggero e quasi ironico che nulla toglie alla profondità del messaggio: dopo la distruzione c’è la ricostruzione… sempre…

La rassegna prosegue venerdì 14 ottobre con Tangerine di Sean Baker. Di questo film si è detto (giustamente) che è eccezionale perché interamente girato con tre iPhone5S, una app da otto dollari e un adattatore per lenti. Ma, naturalmente, la sua bellezza non sta soltanto in questa caratteristica. Il film ci trasporta, insieme a due prostitute transessuali e a tutto il loro contorno di clienti e protettori, in una Los Angeles prenatalizia, desolata e spoglia dove il mondo di quelli “per bene” che festeggiano il Natale e hanno una casa, una famiglia e un contorno sicuro e buono a cui tornare, sembra scomparso. Vedendo le due protagoniste aggirarsi nel loro universo di rabbia e di violenza parrebbe ovvio formulare nei loro confronti una condanna senza appello. Ma il film ci mette quasi subito in sintonia con quelle prostitute, si sentono la loro rabbia e la loro violenza ma anche la loro paura e la voglia di amore, amicizia e solidarietà e torna in mente e riecheggia nelle orecchie la strofa finale della Città Vecchia di Fabrizio de Andrè: “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo…”

Venerdì 21 ottobre verrà proiettato Medeas di Andrea Pallaoro. Il regista riscrive, scambiando i ruoli tra donna e uomo e ambientandola nella campagna rurale americana, la tragedia di Euripide. Il risultato è un film epico, sulla solitudine in cui spesso la famiglia viene lasciata a vivere le proprie difficoltà (la siccità che mette in crisi la gestione dell’azienda agricola del capofamiglia ha sicuramente anch’essa un ruolo nella sua follia). La famiglia e il paesaggio sono i protagonisti di questo splendido film. Una famiglia (padre, madre e cinque figli) che cerca una serenità negata con un patriarca duro, forse ottuso, ma anche capace di amore… che si arrende, alla fine, al fallimento dei suoi sentimenti. Durante la visione si resta avvinti dal susseguirsi delle scene, la cui bellezza è acutizzata dai dialoghi scarni. Ci si perde nei primi piani… inquietudine e rabbia si alternano negli sguardi sia dei grandi sia dei piccini. Vi sono anche rancore (a volte) smarrimento (più spesso) e tanta malinconia. E’ una storia cruda della quale conosciamo la conclusione. Ma “va detto che Medeas ci sarebbe piaciuto anche se non avesse avuto una storia: ha una purezza visiva tale da far felici gli occhi. Però una storia ce l’ha e non passa invano nemmeno quella” (cit. da Cinematografo.it, Gianluca Arnone).

Il ciclo si conclude il 28 ottobre con il bellissimo e inquietante Johnny 316 – Hollywood Salomé di Erick Ifergan.
Come nel film della settimana precedente anche Ifergan prende spunto da un dramma già scritto, il Salomè di Oscar Wilde, e lo trasporta nella moderna Hollywood. Nel film abbondano le citazioni dell’opera di Wilde non meno dei riferimenti religiosi (John 3:16 è un versetto del Vangelo secondo Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”). Le splendide interpretazioni dei due protagonisti (uno strabiliante Vincent Gallo nel ruolo del predicatore e la non meno coinvolgente Nina Brosh che interpreta la giovane innamorata) ci tengono incollati alla sedia incantati dai volti e dalle loro espressioni.
Johnny 316 potrebbe sembrare un film sull’amore o un film sulla religione e sui suoi fanatismi oppure, per certi versi, un film sulla condizione delle donne ma, alla fine, non è altro che è un bellissimo film che ci parla dell’essere umano….

Proiezioni presso la Casa del popolo di Settignano, ore 21.30. Ingresso riservato ai soci.

Per maggiori info:
www.cinemanemico.net
cinemanemico@yahoo.it
INDIE-PENDENCE DAY (RASSEGNA DI CINEMA INDIPENDENTE NORD AMERICANO)
Venerdì 7 ottobre 21.30
Prince Avalanche

Un film di David Gordon Green. Con Paul Rudd, Emile Hirsch, Lance Le Gault, Joyce Payne, Gina Grande. Lynn Shelton, Larry Kretschmar, Enoch Moon, David L. Osborne Jr., Danni Wolcott, Morgan Calderoni, Savanna Porter, Juniper Smith Commedia, – USA 2013
Un film che racconta molto con poco. Assurdo, tenero e liberatorio
Un road-movie a passo d’uomo. Questo è Prince Avalanche, il lento percorso di due persone agli antipodi lungo una sperduta strada texana, attorniata solo da case incenerite e alberi spogli. Due persone che si conoscono appena, e non si apprezzano affatto. Due persone, a loro modo, solitarie, e forse ancora più sole nei momenti in cui sono in compagnia l’una dell’altra. Ma la loro è un’opera di ricostruzione. Della strada, che lentamente percorrono disegnando linee tratteggiate, e della propria vita, che bruscamente interrompono per iniziare questo percorso. David Gordon Green, dopo una serie di film improntati sulla demenzialità, torna a raccontare il profondo sud degli Stati Uniti con un film che fa dei paesaggi e dei silenzi i personaggi comprimari dei due protagonisti, senza però perdere una certa vena comica. Merito anche dei due bravissimi attori, con un Emile Hirsch sempre più in versione giovane Jack Black e Paul Rudd finalmente alla prova con un testo che supera le banali commedie romantiche in cui spesso è impiegato. Senza dimenticare l’avvolgente colonna sonora, che il compositore preferito da Green, David Wingo, ha scritto insieme agli Explosions in the Sky.

Venerdì 14 ottobre 21.30
Tangerine
Un film di Sean Baker. Con Kitana Kiki Rodriguez, Mya Taylor, Karren Karagulian, Mickey O’Hagan, James Ransone. Alla Tumanian, Luiza Nersisyan, Arsen Grigoryan, Ian Edwards, Clu Gulager, Ana Foxx, Scott Krinsky Drammatico, durata 89 min. – USA 2015
Un buddy movie ad altezza di marciapiede che cattura la fluidità dei movimenti rapidi e trova un’intimità autentica con gli attori
C’è un film che ha lasciato tutti a bocca aperta al Sundance Film Festival 2015. Si chiama “Tangerine” e colpisce non tanto per il tema (la storia di un gruppo di prostitute transessuali in una Los Angeles satura di colori) quanto per i mezzi con cui è stato girato. Il regista Sean Baker ha infatti utilizzato 3 iPhone5S, una app da otto dollari che si chiama FilmicPro e un adattatore per lenti per trasporre al meglio le immagini sul grande schermo. A questi mezzi si aggiunge una steadycam, scelta per dare stabilità ad alcune riprese.

“È stato sorprendentemente facile. Non abbiamo perso filmati, è stato tutto molto agevole”, ha affermato Baker. “Gli iPhone sono risultati ottimi partner. Tuttavia, anche se si ha una mano ferma, qualche ripresa verrà sempre mossa. Per questo motivo abbiamo utilizzato in alcuni casi la steadycam. Inoltre, se non avessimo avuto a disposizione una serie di lenti anamorfiche Moondog Lab da adattare all’iPhone, non avremmo avuto lo stesso effetto. Il mio obiettivo primario era fare un film con standard cinematografici”.

Venerdì 21 ottobre 21.30
Medeas

Un film di Andrea Pallaoro. Con Catalina Sandino Moreno, Brian F. O’Byrne, Mary Mouser, Ian Nelson, Maxim Knight. Jake Vaughn, Kevin Alejandro, Patrick Birkett, Angel Amaral, Tara Buck Drammatico, durata 97 min. – Italia, Messico 2013
Pallaoro, alla sua opera prima, declina al maschile la tragedia di Euripide, esplorando le debolezze dei suoi personaggi
Nella campagna rurale americana Ennis e Christina vivono coi loro cinque figli. Esigente coi ragazzi e votato a Dio e al lavoro, Ennis trascura la giovane moglie che allaccia una relazione clandestina. Tra una canzone ascoltata in cuffia e una rivista erotica, Ruth e Micah sperimentano intanto la loro adolescenza, sognando un altrove dove vivere i loro primi turbamenti. Assillato dai problemi economici e dalla gelosia per Christina, che elude le sue attenzioni, Ennis compra un televisore nel tentativo di distendere gli animi e riportare l’equilibrio in famiglia. L’ennesimo rifiuto della moglie, a cui reagisce con una tentata violenza, lo getta nel più profondo sconforto. Una domenica, caricati i figli in auto e incassata la determinazione di Christina a restare a casa, fa visita al vecchio padre da cui si congeda molto presto mettendo in atto il suo folle piano. Intanto Christina, consumato un altro amplesso dentro il suo vestito nuovo, li attenderà per cena e per tutta la vita.
Opera prima di Andrea Pallaoro, regista italiano che vive e lavora negli States, Medeas declina al maschile la tragedia di Euripide, inscenando un padre reso pazzo dal negarsi dell’amata, diventata per questo ossessione, nemica e persecutrice. Se la storia è nota, inedito è lo svolgimento che si sottrae alla linearità del racconto, dispiegandosi in quadri e dentro a un paesaggio rurale abbagliante e rarefatto, in cui si muove una famiglia intesa come entità a se stante e priva di qualsiasi legame con il resto della società. L’apparente armonia del prologo si rompe attraverso la rivelazione di verità nascoste, che determinano conflitti insanabili e investono le azioni dei personaggi di un andamento quasi rituale.
La depressione che tormenta il capofamiglia appassisce giorno dopo giorno figli e consorte, invecchiandoli e avvicinandoli alla morte e all’epilogo tragico. Pallaoro non sentenzia sui suoi personaggi, esplorandone le debolezze e confrontandoli con una natura di infinita bellezza. Il suo sguardo, dominato da un diffuso senso di fatalismo, attiva un interessante rapporto con il fuori campo, producendo un’abulia diffusa, una mancanza di slancio, una caduta tendenziale del desiderio che dal genitore si allarga alla moglie e ai figli, in cerca di una passione propria, che sia un fidanzato, un cane, un abbraccio, un amplesso. L’esperienza depressiva del padre riduce i soggetti a oggetto e insinua in seno alla famiglia una tensione destinata a implodere. Se i ragazzi e Christina reagiscono con sentimento all’altro, Ennis si ritira di fronte al mare aperto della vita, raccogliendo la famiglia, e di fatto vincolandola, attorno a un vecchio televisore, che sostituisce il mondo e supplisce la mancata connessione alla realtà. La regia di Pallaoro è abile a concepire e circoscrivere il vuoto che inghiotte il padre di Brían F. O’Byrne, sempre più separato dalla verità e scisso dalla moglie che punisce con un gesto estremo e innaturale.
Le problematiche affettive sollevate da Medeas trovano piena corrispondenza nelle immagini che ‘tagliano’ l’orrore finalizzato alla distruzione della relazione tra madre e figli. Rivendicando un diritto di proprietà assoluto (di vita e di morte) sulla propria prole, Ennis uccide senza che il mondo intorno finisca con la sua vita e il suo esecrabile narcisismo.

Venerdì 28 ottobre 21.30
Johnny 316
(Hollywood Salome)
Un film di Erick Ifergan con Vincent Gallo, Nina Brosh, Seymour Cassel, Eyal Doron, Louise Fletcher, Francis Milton, Gregory Wood e Melissa van der Schyff [1998].

Johnny 316 (aka Hollywood Salome) è un film di Erick Ifergan con Vincent Gallo, Nina Brosh, Seymour Cassel, Eyal Doron, Louise Fletcher, Francis Milton, Gregory Wood e Melissa van der Schyff [1998]. Ispirato al Salomè di Oscar Wilde, Johnny 316 mette in scena un predicatore di strada (Vincent Gallo) e una giovane parrucchiera (Nina Brosh) in una Hollywood moderna. Dopo aver perso il lavoro, la donna scorge il giovane messaggero di Dio e immediatamente soccombe al suo fascino. Inizia a seguirlo e cerca di convincerlo a cedere a questa nuova storia d’amore.