Archives for marzo, 2008

SAYAT NOVA

  • marzo 28, 2008 7:45 pm

SAYAT  NOVA

(IL COLORE DEL MELOGRANO, 1968)

Georgiano
sottotitolato italiano

Sergei  Paradjanov

Giovedì 3  aprile 
21.15

PROIEZIONE CORTO 21.00                  
                             PROIEZIONE
FILM 21.
15

 

 

 

 

Savat-Nova
è il nome di un trovatore armeno del XVIII secolo. È anche il titolo
del secondo lungometraggio di Serghiej Paradjanov, conosciuto in
Francia e celebre per il suo primo lungometraggio
L’ombra degli avi dimenticati.
L’altro titolo di Sayat-Nova, il titolo russo, se non mi sbaglio, potrebbe essere tradotto con Il colore delle melagrane.
Uno dei primi piani mostra tre melagrane sanguinanti lentamente su una
tela bianca che a poco a poco si imbeve di rosso, il montaggio assicura
subito un legame molto alla Eizenstein con un pugnale che sanguina su
una tela bianca. Per analogia poetica (la melagrana e il sangue) e per
assimilazione storica della sorte riservata al poeta spagnolo e al
cineasta armeno del XX secolo (più che al poeta armeno del XVIII) si
pensa a Garcia Lorca.

Il titolo Il colore delle melagrane più chiaramente che Sayat-Nova,
significa che Serghiej Paradjanov non voleva realizzare una biografia
del trovatore armeno. Non racconta la vita di Sayat Nova, ne utilizza

gli episodi principali, o piuttosto le diverse fasi:
infanzia, adolescenza, servizio del principe, convento, morte, per
comporre, secondo i propositi, una illustrazione che rifugga i limiti
ristretti dell’avventura individuale. Si tratta meno di Sayat-Nova che
di un poeta, anzi dell’artista fra gli uomini.

Ecco la sua infanzia e la scoperta del mondo;
l’adolescenza e il risveglio dei sensi all’amore; il servizio reale e
le sue servitù; il convento e le sue miserie; la morte e la sua
vertigine mistica. Tanti pretesti per delle immagini che rappresentano
non delle scene realistiche, ma delle sublimazioni pittoriche del
reale. Gli avvenimenti svaniscono a vantaggio della meditazione sugli
avvenimenti. Come se attraverso l’illustrazione dei diversi periodi
della vita di Sayat-Nova, Paradjanov ci trascinasse molto al di là,
verso il mondo delle idee pure, una specie di universum platonico, il
cui approccio trova nella poesia e nella sua pratica più che degli
alleati: una voce e una via.

Si abolisce la storia. È la vita di un poeta del
XVIII secolo? La «presenza» del tempo si intuisce solo perché
Sayat-Nova è incarnato da persone di età diversa: un monello, un
adolescente, un adulto nella forza dell’età, un uomo che sta
invecchiando. Questa abolizione della storia è tanto più cosciente in
quanto (dopo le informazioni ottenute) Paradjanov aveva mescolato nel
montaggio perfino il corso della vita. Niente ordine cronologico. Oggi
ristabilito da Youkevitch che ricorse a una divisione del film in
capitoli nettamente staccati, nell’eventualità di uno sfruttamento
commerciale del film. In ogni caso per portare il film nella realtà
storica della biografia. Invano,
Il colore delle melagrane
è un lungo poema in forma di affresco diviso in quadri. In icone più
esattamente. La composizione del soggetto all’interno della scena
disegnata per lo schermo, la divisione dello schermo in pannelli (con
la preferenza per il trittico), l’utilizzazione della superficie per
piani secondo la logica di un’azione drammatica così sconvolta
dall’escamotage o l’attenuazione massimale della profondità del campo
privilegiando le leggi di un equilibrio estetico totalmente staccato
dalla contingenza per meglio obbedire agli imperativi esoterici di un
discorso simbolico.

Esoterici per noi perché si tratta di un simbolismo
in profondo accordo con quello della Chiesa Armena. In quanto, se la
storia è negata (dal punto di vista di Paradjanov e secondo
l’angolatura da cui la considera, Sayat-Nova è nostro contemporaneo),
la geografia non lo è. Il XVIII secolo si dissolve, niente Armenia.
Questa Armenia senza tempo rappresentata dalla sua cultura e
concretizzata dai suoi usi e costumi, dalla sua lingua e dalle sue
chiese. Tutto ciò è presente sullo schermo, compresa la lingua,
visibile sulle steli, in libri, più che dalle citazioni di poesia di
Sayat-Nova.

Il film è praticamente muto. C’è della musica. Una
voce fuori campo molto intermittente; nessun dialogo; dei suoni di voci
utilizzati come musica. Si svolge sotto i nostri occhi un festival di
immagini sontuose, spesso immobili, come costrette dalla scena, e che
si muovono con una lentezza che conferisce solennità ieratica ai gesti
e agli spostamenti dei visi impassibili.

Bellezza strana, malefica, anche se la leggibilità
del simbolo non è sempre di una chiarezza immediata. Sebbene, sul
simbolismo proprio , alla chiesa armena, si innesti un barocchismo di
tipo surrealista molto vicino a quello di Buñuel, Jadorovski o Arrabal
e che ci è più familiare. Ciò che allevia dall’onirismo e dai fantasmi
di Paradjanov (più che da quelli di Sayat-Nova, senza dubbio) o da una
poetica universale come le melagrane, l’angelismo ecc. ci sembra più
facilmente traducibile. E ; ‘ quando dei musicisti armeni suonano
semisepolti in un buco a forma di fossa, e dei bambini armeni gridano:
«Rinascita!», non c’è bisogno di un interprete o di un esegeta per
capire cosa accade.

Il colore delle melagrane
fu girato nel ’70. È l’ultimo film di Paradjanov, in prigione in un
campo di lavoro dal ’73 per ragioni misteriose. Il colore delle
melagrane viene sequestrato, è un «Samizdat» del cinema. Si capisce
come abbia potuto esasperare i burocrati e certo cinema sovietico.
Questo ermetismo «mistico-estetico-cristiano-armeno » ancorato a una
cultura che non ha niente a che vedere con la cultura russa, poco in
comune con la religione ortodossa, assolutamente niente a che fare col
materialismo storico e il marxismo sovietico.

Non so se per il Cremlino sia un motivo sufficiente
perché Paradjanov languisca in un campo di lavoro a cucire sacchi. E
questo solo perché noi non si abbia la possibilità di vedere i suoi
film.

Sergej Paradžanov

  • marzo 26, 2008 3:31 pm

 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Sergej Paradžanov
rimane l’esempio più vivido di come, nel cinema sovietico, il privato
diventò politico. Dopo aver ottenuto grande successo in tutto il mondo
con il suo film ucraino"Le ombre degli avi dimenticati", usò la
fama acquisita per protestare contro il trattamento dei dissidenti.
Arrestato nel 1968, fu accusato di "nazionalismo ucraino"; al suo
rilascio venne trasferito in Armenia dove, nel 1969, girò "Il colore del melograno"
(Sayat Nova). Anche se la sceneggiatura è basata sulla vita del poeta
armeno Sayat Nova, un prologo ci informa che il film non è una
biografia convenzionale. Lunghi totali ci presentano personaggi,
animali e oggetti in severi quadri frontali. Il montaggio serve
principalmente a legare queste inquadrature o a interrompere gli
statici ritratti con tagli stridenti. La messa in scena del film
presenta l’immaginario poetico di Sayat Nova: libri infradiciati aperti
ad asciugarsi sui tetti, tappeti che sanguinano mentre vengono lavati,
piume di pollo che cadono sul poeta morente. Sebbene lo stile di
Paradžanov sia molto diverso da quello di Tarkovskij, entrambi
contemplano le mutevoli caratteristiche degli oggetti nel lento scorrere del tempo.

"Il colore del melograno"
fu probabilmente il film sperimentale più scioccante realizzato in URSS
dalla fine degli anni ‘20. Venne immediatamente insabbiato, anche se
nel 1971 ne fu distribuita, in misura limitata, una versione più corta
e riveduta (quella disponibile oggi). Essendogli stato proibito di
dirigere, Paradžanov contrattaccò scrivendo un pamphlet sulle sue
vicissitudini e sui problemi del cinema sovietico. Nel gennaio del 1974
venne accusato di omosessualità, traffico di opere d’arte rubate e
"istigazione al suicidio", per essere poi condannato a molti anni di
lavori forzati.
Nel blocco orientale, la linea del realismo socialista costringeva
l’artista a servire la società – o meglio, il suo rappresentante: il
Partito Comunista. I principali registi dell’Europa orientale, come
Chytilová, Jancsó e Makavejev, ritenevano di essere in armonia con una
determinata idea di socialismo, anche se malvista in quel momento; il
cinema poetico di Tarkovskij e Paradžanov, invece, presentava la
visione di un artista indipendente da tutti i bisogni della
collettività. I loro film profondamente personali sfidavano
sfacciatamente l’ortodossia sovietica, ricordando alcune correnti
occidentali che cercavano la liberazione politica attraverso la libera
immaginazione dell’individuo.

Programma marzo aprile maggio

  • marzo 25, 2008 9:57 pm

CASA del POPOLO   di SETTIGNANO

 VIA SAN ROMANO 1

RASSEGNA DI CINEMA POCO
VISIBILE……….

LE LUCI DEI MAESTRI DIMENTICATI

Giovedì 27  marzo 21.15

Тіні забутих предків (Le ombre degli avi
dimenticati, 1964)
  Sergei  Paradjanov (Ucraino sott.italiano)

Il primo dei
quattro capolavori estatici e visionari dell’ artista di origine armena Sergei
Paradzanov e come ebbe a dire Giovanni Buttafava "un atto di autentica
liberazione espressiva" tenendo conto fra l’ altro del luogo e dell’epoca
in cui il medesimo è stato girato: l’ Unione Sovietica del 1964. La storia
molto semplice , tratta da un racconto dello scrittore ucraino Michail
Kocjubinkij ricalca in qualche maniera la storia di Giulietta e Romeo, ma si
svolge nei Carpazi agli inizi del 900. La forza del film non sta nel soggetto
di cui l’ autore non apprezza lo schematismo e la rigidita’, ma nella potenza
visiva delle immagini che studiate fin nei minimi dettagli
evidenziano l’ ammirazione e l’ amore del regista per l’ arte figurativa ed in
particolare per pittori come Hieronymus Bosch ,Bruegel ed inoltre per la
pittura naif del georgiano Pirosmani di cui anni più tardi girerà un intenso
ritratto documentaristico.

Giovedi 3 aprile 21.15

Sayat Nova (Il colore del
melograno
, 1968-69) Sergei  Paradjanov (Georgiano sott.italiano)

La vita del trovatore armeno Sayat Nova, vissuto nel Seicento,
dall’infanzia alla corte regale, dal ritiro in un convento alla morte,
attraverso una serie di episodi, statici come quadri che non raccontano, ma
mostrano, evocano, suggeriscono per via di metafore, analogie, estri
surrealisti, paesaggi onirici, pause liturgiche. La colonna
sonora

(musiche, rumori) conta
come quella visiva di pittorica sensualità. Ermetico, ma abbagliante. Molte
noie con la censura sovietica.

Giovedi 10 aprile 21.15 

Ambavi Suramis tsikhitsa (La leggenda della fortezza di Suram, )1984  Sergei  Paradjanov

Questa è la differenza principe tra l’opera letteraria e
l’opera cinematografica – scrive Pier Paolo Pasolini in Empirismo eretico -:
"L’istituzione linguistica, o grammaticale, dell’autore cinematografico è
costituita da immagini: e le immagini sono sempre concrete, mai astratte".
Quella del cinema, dunque, è tendenzialmente una lingua di poesia, non una
lingua di prosa, o narrativa. Sono, queste, osservazioni famose e insuperate. E
ora, come dopo un lungo sonno in qualche angolo della memoria, tornano alla
coscienza. A evocarle è lo stile di Sergej Paradzanov. Non c’è narratività
prosastica in La leggenda della fortezza di Suram, o almeno non c’è per noi,
costretti a misurarci con un universo di significati e sentimenti che riusciamo
a mala pena a intuire, in bilico come sono tra un vago ricordo della cultura
d’Occidente e un primo sentore di quella d’Oriente

Giovedi 17 aprile 21.15

Ashugi Qaribi (Ashik Kerib,
1988) Sergei  Paradjanov (Georgiano sott.italiano)

E’ l’ultimo film di Sergej
Parajanov, il grande regista georgiano di origine armena morto dopo averlo
presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia dell’88. Come "La
leggenda della fortezza di Suran"; lo aveva diretto in collaborazione con
un altro regista georgiano, David Abashijle, con cui divideva quelle ricerche
su un cinema fatto di pittura, di teatro e di danza che, pur perseguitato dalle
autorità sovietiche, lo avevano imposto anche all’estero, alla fine dei
Sessanta con ôIl colore del melograno, un’opera che ha fatto epoca. Anche qui
lo stesso linguaggio e il gusto spiccato per le leggende ridotte in forma di
pantomina.

 

Giovedi 24 aprile 21.15

EDWARD
II
   (GB 1991) 
Durata: h 1.01 Regia: Derek Jarman (inglese
sott. Italiano)

Dal dramma (1592?) di
Christopher Marlowe. Salito al trono, il giovane Edoardo dà scandalo portando a
corte l’amante Gaveston e suscitando l’ostilità della moglie, dei nobili e
degli ecclesiastici. Tragica fine per entrambi. Stilizzata in abiti moderni e
in un vuoto scenografico di controluci e spazi chiusi, la libera trasposizione
si concentra con una forza di sinistra bellezza sull’impari lotta tra
istituzioni del potere e libertà individuale, raffigurata attraverso “l’amor
imprigionato” e proibito perché omosessuale. Ottimo cast dove spicca la regina
della Swinton, premiata alla Mostra di Venezia.
Annie Lennox
canta “Every Time Say Goodbye” di Cole Porter.

UNA STRAGE ANNUNCIATA

Giovedi 1 maggio    proiezione continua dalle 15.30
fino a sera

Segreti
di Stato
(Italia, 2003) 83 min.   Paolo Benvenuti. (Italiano)

Uno
dei più appassionanti e interessanti film recenti sulla Storia italiana
contemporanea, presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Segreti
di Stato
di Paolo Benvenuti offre una quasi nuova interpretazione della
strage di Portella della Ginestra in Sicilia, dove nel 1947, secondo la versione
sinora nota, Salvatore Giuliano e la sua banda spararono per istigazione della
mafia sui lavoratori che festeggiavano il Primo Maggio e la vittoria della
sinistra nelle elezioni siciliane, provocando 11 morti e decine di feriti.
La tesi fatta propria dal film è che Giuliano e i suoi tirarono in aria, mentre
a uccidere sparando granate furono dodici uomini della ex Decima Mas di Junio
Valerio Borghese, nell’ambito di una congiura anticomunista che comprendeva i
servizi segreti americani, il cardinale Montini, l’onorevole Andreotti, i
ministri Scelba e Aldisio, il sottosegretario Mattarella, Leone Marchesano,
Cusumano Geloso, il principe Alliata, e che portò poi anche alle uccisioni
truccate di chi avrebbe potuto parlare, Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta.

STORIE DI UN POPOLO IN FUGA

Giovedi 8 maggio 21.15

Diably Diably      (Diavolo Diavolo)  Dorota Kedzierzawska 11 September 1996
(France)
          86 min  

Giovedi 15 maggio 21.15

Skupljaci Perja  (Ho incontrato anche zingari felici Regia)  Aleksandar
Petrovic
  1967 (serbo sott.ita)

Giovedi 22 maggio 21.15

Dom za
vešanje
(Il tempo dei gitani)   Jugoslavia 1989. (120) minuti 
Emir Kusturica  (Romanis sott.ita)

Giovedi 29 maggio 21.15

Gadjo dilo    ( Lo straniero pazzo) Francia; 1997 dur 1h e 40′  Regia di Tony Gatlif  (Romanis sott. Italiano)

INGRESSO LIBERO SOCI ARCI

cinema nemico@yahoo.it

ARIEL

  • marzo 23, 2008 11:57 pm

 

 

 

CASA DEL POPOLO DI SETTIGNANO

VIA
SAN ROMANO 1 FIRENZE

Apericinema
20.00

Proiezione
corti 21.00

 Proiezione film 21.15

CINEMANEMICO

PROPONE
PER IL CICLO


JARMUSH /KAURISMAKI  COME IN UNO SPECCHIO”

 

Giovedì 13  marzo 
21.15

ARIEL

 

 

 

 

 

 

 

Un film di Aki Kaurismäki
con Turo Pajala, Susanna Haavisto, Matti Pellonpaa, Eetu Hilkamo, Erkki Pajala.
Genere Drammatico produzione , 1988 Durata 74 minuti circa.

Licenziato dalla miniera lappone dove lavora, Taisto (T. Pajala)
eredita da un compagno suicida una Cadillac bianca con cui parte verso
il sud. Due balordi lo rapinano. Trova lavoro nel porto, aggredisce uno
dei malfattori che l’avevano derubato, ma, non avendo denunciato il
furto, finisce in carcere. Evade con il nuovo amico Mikkonen (M.
Pellonpää), ma, per trovare il denaro necessario a espatriare,
commettono una rapina durante la quale muore Mikkonen. Taisto uccide i
complici e, con l’amata Irmeli (S. Haavisto), s’imbarca sul cargo Ariel che parte per il Messico. “Kaurismäki si serve del suo film
per passare in rassegna, a tutta velocità, tutti i generi
cinematografici… A forza di rassomigliare a tutto, questo film non
assomiglia a niente se non ai film di Kaurismäki” (S. Kronlund).

«È un documento sulla Finlandia. Stanno distruggendo questo paese
definitivamente, totalmente. Ci sono un sacco di case abbandonate
perché tutti finiscono ad Helsinki, o in Svezia. Oggi la Finlandia
cerca di diventare come la Florida, e niente interessa salvo il
profitto». (Aki Kaurismäki)

Quinto lungometraggio di Aki Kaurismäki, è la seconda parte della sua trilogia sociale,
ed è un viaggio non solo attraverso la Finlandia industriale ed
urbanizzata, ma anche negli ambienti del proletariato (e
sotto-proletariato) e nei generi cinematografici, passando dal dramma,
al road-movie, al gangster-movie con i toni della commedia nera sempre
presenti. Uno dei piccoli capolavori del regista finlandese.

 

DAUNBAILO

  • marzo 1, 2008 8:21 pm

 

    casa del popolo di settignano

via san romano 1 Firenze

CINEMANEMICO

RASSEGNA DI CINEMA POCO VISIBILE 

Apericinema
20.00

Proiezione
corti 20.50

 Proiezione film 21.15

 

Giovedì
6  marzo 
21.15

JIM JARMUSCH

ORIGINALE SOTT. 
ITALIANO    1986

In una prigione di New Orleans s’incontrano Zack e Jack, due
americani colpevoli di piccoli crimini, e Bob, un italiano che ha commesso
involontariamente un omicidio. Bob vivacizza con la sua verve la depressa
atmosfera del carcere e, nel suo stentato inglese, comunica agli altri di
conoscere un passaggio segreto per evadere. In breve i tre evadono ma si
trovano a vagare senza punti di riferimento tra boschi e paludi. Trascorrono la
notte in una locanda solitaria gestita da una ragazza italiana. All’alba Jack e
Zack prendono strade opposte mentre Bob decide di rimanere.