cdpsettignano | 13 Aprile, 2008 22:53
RISING APPALACHIA...
25 aprile
a partire dalle ore 21.30
RISING APPALACHIA
Le sorelle Leah e Chloe Smith sono cresciute nel sud degli
USA, in una famiglia di artisti e musicisti. Sin dall’adolescenza hanno girato
il mondo suonando dal Guatemala alla slovenia, dalla Spagna al Canada, in
maniera un po’ nomade un po’ bohemien. Pur usando strumenti tradizionali del
folk dell’Appalachia hanno un approccio estremamente innovativo che non disdegna
contaminazioni con generi solo apparentemente agli antipodi come l’hip hop. Il
loro eclettismo le rende accostabili sia ad artisti più propriamente folk come
Ani Di Franco che più innovative come Bjork e Cocorosie.
Per la prima volta a Firenze suoneranno alla casa del popolo di settignano in
occasione della festa della liberazione.
INGRESSO LIBERO SOCI ARCI
cdpsettignano | 13 Aprile, 2008 22:35
Ashugi Qaribi...
Giovedi 17 aprile 21.15
CASA del POPOLO di SETTIGNANO
VIA SAN ROMANO 1
Ashugi Qaribi
(Ashik Kerib, 1988) Georgiano sottotitolato italiano
E' l'ultimo film di Sergej Parajanov, il grande regista georgiano di origine armena morto dopo averlo presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia dell'88. Come "La leggenda della fortezza di Suran"; lo aveva diretto in collaborazione con un altro regista georgiano, David Abashijle, con cui divideva quelle ricerche su un cinema fatto di pittura, di teatro e di danza che, pur perseguitato dalle autorità sovietiche, lo avevano imposto anche all'estero, alla fine dei Sessanta con Il colore del melograno, un'opera che ha fatto epoca. Anche qui lo stesso linguaggio e il gusto spiccato per le leggende ridotte in forma di pantomina.
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cdpsettignano | 02 Aprile, 2008 04:49
Le ombre degli avi dimenticati...
casa del popolo di settignano
VIA SAN ROMANO 1
Giovedì 27 marzo 21.15
Тіні забутих предків
(Le ombre degli avi dimenticati, 1964)
Ucraino sottotitolato italiano
Sergei PARADJANOV
(Սարգիս Հովսեպի Պարաջանյան)
Giovedì 27 marzo 21.15
In un villaggio dei Carpazi, agli inizi del ’900. Una comunità di montanari vive secondo gli usi antichi. Il giovane Ivan, un giorno, si vede cadere addosso un albero: il fratello lo salva ma paga il gesto con la vita. Poco dopo anche il padre muore, ucciso nello scontro con un vicino, per una banale lite. La madre e Ivan restano soli, in miseria e disperati. Ivan ama Maricka, che è la figlia dell’uomo che ha ammazzato suo padre: un odio profondo divide le due famiglie. Ivan e Maricka crescono insieme e, nonostante l’opposizione dei parenti, decidono di sposarsi. Ivan, per poter guadagnare qualcosa, è ora al servizio di un proprietario e fa il pastore sui monti. Resta a lungo fuori del villaggio. Maricka si avvia per raggiungerlo in montagna. Attraversa luoghi impervi e annega in un fiume, trascinata dalla corrente impetuosa. Ivan non sa darsi pace, fino a che non incontra Palan’ja, una ragazza sensuale che ha sempre avuto simpatia per lui. La sposa senza amarla. Ma Palan’ja comprende che nulla mai potrà fagli dimenticare Maricka. E a poco a poco si lascia irretire da Jura, uno che al villaggio si vanta di possedere poteri magici. Se ne innamora e tradisce con lui Ivan. Il giovane affronta il “mago”, ma ha la peggio. Colpito dal fendente di una scure, va a morire nel bosco, invocando l’adorata Maricka.
| Sergej Paradžanov
rimane l'esempio più vivido di come, nel cinema sovietico, il privato
diventò politico. Dopo aver ottenuto grande successo in tutto il mondo
con il suo film ucraino"Le ombre degli avi dimenticati", usò la
fama acquisita per protestare contro il trattamento dei dissidenti.
Arrestato nel 1968, fu accusato di "nazionalismo ucraino"; al suo
rilascio venne trasferito in Armenia dove, nel 1969, girò "Il colore del melograno"
(Sayat Nova). Anche se la sceneggiatura è basata sulla vita del poeta
armeno Sayat Nova, un prologo ci informa che il film non è una
biografia convenzionale. Lunghi totali ci presentano personaggi,
animali e oggetti in severi quadri frontali. Il montaggio serve
principalmente a legare queste inquadrature o a interrompere gli
statici ritratti con tagli stridenti. La messa in scena del film
presenta l'immaginario poetico di Sayat Nova: libri infradiciati aperti
ad asciugarsi sui tetti, tappeti che sanguinano mentre vengono lavati,
piume di pollo che cadono sul poeta morente. Sebbene lo stile di
Paradžanov sia molto diverso da quello di Tarkovskij, entrambi
contemplano le mutevoli caratteristiche degli oggetti nel lento scorrere del tempo. "Il colore del melograno" fu probabilmente il film sperimentale più scioccante realizzato in URSS dalla fine degli anni ‘20. Venne immediatamente insabbiato, anche se nel 1971 ne fu distribuita, in misura limitata, una versione più corta e riveduta (quella disponibile oggi). Essendogli stato proibito di dirigere, Paradžanov contrattaccò scrivendo un pamphlet sulle sue vicissitudini e sui problemi del cinema sovietico. Nel gennaio del 1974 venne accusato di omosessualità, traffico di opere d'arte rubate e "istigazione al suicidio", per essere poi condannato a molti anni di lavori forzati. Nel blocco orientale, la linea del realismo socialista costringeva l'artista a servire la società - o meglio, il suo rappresentante: il Partito Comunista. I principali registi dell'Europa orientale, come Chytilová, Jancsó e Makavejev, ritenevano di essere in armonia con una determinata idea di socialismo, anche se malvista in quel momento; il cinema poetico di Tarkovskij e Paradžanov, invece, presentava la visione di un artista indipendente da tutti i bisogni della collettività. I loro film profondamente personali sfidavano sfacciatamente l'ortodossia sovietica, ricordando alcune correnti occidentali che cercavano la liberazione politica attraverso la libera immaginazione dell'individuo. |
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cdpsettignano | 29 Marzo, 2008 02:45
SAYAT NOVA...
SAYAT NOVA
(IL COLORE DEL MELOGRANO, 1968)
Georgiano sottotitolato italiano
Sergei Paradjanov
Giovedì 3 aprile 21.15
PROIEZIONE CORTO 21.00 PROIEZIONE FILM 21. 15
L'altro titolo di Sayat-Nova, il titolo russo, se non mi sbaglio, potrebbe essere tradotto con Il colore delle melagrane. Uno dei primi piani mostra tre melagrane sanguinanti lentamente su una tela bianca che a poco a poco si imbeve di rosso, il montaggio assicura subito un legame molto alla Eizenstein con un pugnale che sanguina su una tela bianca. Per analogia poetica (la melagrana e il sangue) e per assimilazione storica della sorte riservata al poeta spagnolo e al cineasta armeno del XX secolo (più che al poeta armeno del XVIII) si pensa a Garcia Lorca.
Il titolo Il colore delle melagrane più chiaramente che Sayat-Nova, significa che Serghiej Paradjanov non voleva realizzare una biografia del trovatore armeno. Non racconta la vita di Sayat Nova, ne utilizza
gli episodi principali, o piuttosto le diverse fasi: infanzia, adolescenza, servizio del principe, convento, morte, per comporre, secondo i propositi, una illustrazione che rifugga i limiti ristretti dell'avventura individuale. Si tratta meno di Sayat-Nova che di un poeta, anzi dell'artista fra gli uomini.
Ecco la sua infanzia e la scoperta del mondo; l'adolescenza e il risveglio dei sensi all'amore; il servizio reale e le sue servitù; il convento e le sue miserie; la morte e la sua vertigine mistica. Tanti pretesti per delle immagini che rappresentano non delle scene realistiche, ma delle sublimazioni pittoriche del reale. Gli avvenimenti svaniscono a vantaggio della meditazione sugli avvenimenti. Come se attraverso l'illustrazione dei diversi periodi della vita di Sayat-Nova, Paradjanov ci trascinasse molto al di là, verso il mondo delle idee pure, una specie di universum platonico, il cui approccio trova nella poesia e nella sua pratica più che degli alleati: una voce e una via.
Si abolisce la storia. È la vita di un poeta del XVIII secolo? La «presenza» del tempo si intuisce solo perché Sayat-Nova è incarnato da persone di età diversa: un monello, un adolescente, un adulto nella forza dell'età, un uomo che sta invecchiando. Questa abolizione della storia è tanto più cosciente in quanto (dopo le informazioni ottenute) Paradjanov aveva mescolato nel montaggio perfino il corso della vita. Niente ordine cronologico. Oggi ristabilito da Youkevitch che ricorse a una divisione del film in capitoli nettamente staccati, nell'eventualità di uno sfruttamento commerciale del film. In ogni caso per portare il film nella realtà storica della biografia. Invano, Il colore delle melagrane è un lungo poema in forma di affresco diviso in quadri. In icone più esattamente. La composizione del soggetto all'interno della scena disegnata per lo schermo, la divisione dello schermo in pannelli (con la preferenza per il trittico), l'utilizzazione della superficie per piani secondo la logica di un'azione drammatica così sconvolta dall'escamotage o l'attenuazione massimale della profondità del campo privilegiando le leggi di un equilibrio estetico totalmente staccato dalla contingenza per meglio obbedire agli imperativi esoterici di un discorso simbolico.
Esoterici per noi perché si tratta di un simbolismo in profondo accordo con quello della Chiesa Armena. In quanto, se la storia è negata (dal punto di vista di Paradjanov e secondo l'angolatura da cui la considera, Sayat-Nova è nostro contemporaneo), la geografia non lo è. Il XVIII secolo si dissolve, niente Armenia. Questa Armenia senza tempo rappresentata dalla sua cultura e concretizzata dai suoi usi e costumi, dalla sua lingua e dalle sue chiese. Tutto ciò è presente sullo schermo, compresa la lingua, visibile sulle steli, in libri, più che dalle citazioni di poesia di Sayat-Nova.
Il film è praticamente muto. C'è della musica. Una voce fuori campo molto intermittente; nessun dialogo; dei suoni di voci utilizzati come musica. Si svolge sotto i nostri occhi un festival di immagini sontuose, spesso immobili, come costrette dalla scena, e che si muovono con una lentezza che conferisce solennità ieratica ai gesti e agli spostamenti dei visi impassibili.
Bellezza strana, malefica, anche se la leggibilità del simbolo non è sempre di una chiarezza immediata. Sebbene, sul simbolismo proprio , alla chiesa armena, si innesti un barocchismo di tipo surrealista molto vicino a quello di Buñuel, Jadorovski o Arrabal e che ci è più familiare. Ciò che allevia dall'onirismo e dai fantasmi di Paradjanov (più che da quelli di Sayat-Nova, senza dubbio) o da una poetica universale come le melagrane, l'angelismo ecc. ci sembra più facilmente traducibile. E ; ' quando dei musicisti armeni suonano semisepolti in un buco a forma di fossa, e dei bambini armeni gridano: «Rinascita!», non c'è bisogno di un interprete o di un esegeta per capire cosa accade.
Il colore delle melagrane fu girato nel '70. È l'ultimo film di Paradjanov, in prigione in un campo di lavoro dal '73 per ragioni misteriose. Il colore delle melagrane viene sequestrato, è un «Samizdat» del cinema. Si capisce come abbia potuto esasperare i burocrati e certo cinema sovietico. Questo ermetismo «mistico-estetico-cristiano-armeno » ancorato a una cultura che non ha niente a che vedere con la cultura russa, poco in comune con la religione ortodossa, assolutamente niente a che fare col materialismo storico e il marxismo sovietico.
Non so se per il Cremlino sia un motivo sufficiente perché Paradjanov languisca in un campo di lavoro a cucire sacchi. E questo solo perché noi non si abbia la possibilità di vedere i suoi film.
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cdpsettignano | 26 Marzo, 2008 22:31
Sergej Paradžanov...
"Il colore del melograno"
fu probabilmente il film sperimentale più scioccante realizzato in URSS
dalla fine degli anni ‘20. Venne immediatamente insabbiato, anche se
nel 1971 ne fu distribuita, in misura limitata, una versione più corta
e riveduta (quella disponibile oggi). Essendogli stato proibito di
dirigere, Paradžanov contrattaccò scrivendo un pamphlet sulle sue
vicissitudini e sui problemi del cinema sovietico. Nel gennaio del 1974
venne accusato di omosessualità, traffico di opere d'arte rubate e
"istigazione al suicidio", per essere poi condannato a molti anni di
lavori forzati.
Nel blocco orientale, la linea del realismo socialista costringeva
l'artista a servire la società - o meglio, il suo rappresentante: il
Partito Comunista. I principali registi dell'Europa orientale, come
Chytilová, Jancsó e Makavejev, ritenevano di essere in armonia con una
determinata idea di socialismo, anche se malvista in quel momento; il
cinema poetico di Tarkovskij e Paradžanov, invece, presentava la
visione di un artista indipendente da tutti i bisogni della
collettività. I loro film profondamente personali sfidavano
sfacciatamente l'ortodossia sovietica, ricordando alcune correnti
occidentali che cercavano la liberazione politica attraverso la libera
immaginazione dell'individuo.
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cdpsettignano | 26 Marzo, 2008 04:57
Programma marzo aprile maggio...
CASA del POPOLO di SETTIGNANO
VIA SAN ROMANO 1
RASSEGNA DI CINEMA POCO VISIBILE……….
LE LUCI DEI MAESTRI DIMENTICATI
Giovedì 27 marzo 21.15
Тіні забутих предків (Le ombre degli avi dimenticati, 1964) Sergei Paradjanov (Ucraino sott.italiano)
Il primo dei
quattro capolavori estatici e visionari dell' artista di origine armena Sergei
Paradzanov e come ebbe a dire Giovanni Buttafava "un atto di autentica
liberazione espressiva" tenendo conto fra l' altro del luogo e dell'epoca
in cui il medesimo è stato girato: l' Unione Sovietica del 1964. La storia
molto semplice , tratta da un racconto dello scrittore ucraino Michail
Kocjubinkij ricalca in qualche maniera la storia di Giulietta e Romeo, ma si
svolge nei Carpazi agli inizi del 900. La forza del film non sta nel soggetto
di cui l' autore non apprezza lo schematismo e la rigidita', ma nella potenza
visiva delle immagini che studiate fin nei minimi dettagli
evidenziano l' ammirazione e l' amore del regista per l' arte figurativa ed in
particolare per pittori come Hieronymus Bosch ,Bruegel ed inoltre per la
pittura naif del georgiano Pirosmani di cui anni più tardi girerà un intenso
ritratto documentaristico.
Giovedi 3 aprile 21.15
Sayat Nova (Il colore del melograno, 1968-69) Sergei Paradjanov (Georgiano sott.italiano)
La vita del trovatore armeno Sayat Nova, vissuto nel Seicento,
dall'infanzia alla corte regale, dal ritiro in un convento alla morte,
attraverso una serie di episodi, statici come quadri che non raccontano, ma
mostrano, evocano, suggeriscono per via di metafore, analogie, estri
surrealisti, paesaggi onirici, pause liturgiche. La colonna
sonora![]()
Giovedi 10 aprile 21.15
Ambavi Suramis tsikhitsa (La leggenda della fortezza di Suram, )1984 Sergei Paradjanov
Questa è la differenza principe tra l’opera letteraria e l’opera cinematografica - scrive Pier Paolo Pasolini in Empirismo eretico -: "L’istituzione linguistica, o grammaticale, dell’autore cinematografico è costituita da immagini: e le immagini sono sempre concrete, mai astratte". Quella del cinema, dunque, è tendenzialmente una lingua di poesia, non una lingua di prosa, o narrativa. Sono, queste, osservazioni famose e insuperate. E ora, come dopo un lungo sonno in qualche angolo della memoria, tornano alla coscienza. A evocarle è lo stile di Sergej Paradzanov. Non c’è narratività prosastica in La leggenda della fortezza di Suram, o almeno non c’è per noi, costretti a misurarci con un universo di significati e sentimenti che riusciamo a mala pena a intuire, in bilico come sono tra un vago ricordo della cultura d’Occidente e un primo sentore di quella d’Oriente
Giovedi 17 aprile 21.15
Ashugi Qaribi (Ashik Kerib, 1988) Sergei Paradjanov (Georgiano sott.italiano)
E' l'ultimo film di Sergej Parajanov, il grande regista georgiano di origine armena morto dopo averlo presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia dell'88. Come "La leggenda della fortezza di Suran"; lo aveva diretto in collaborazione con un altro regista georgiano, David Abashijle, con cui divideva quelle ricerche su un cinema fatto di pittura, di teatro e di danza che, pur perseguitato dalle autorità sovietiche, lo avevano imposto anche all'estero, alla fine dei Sessanta con ôIl colore del melograno, un'opera che ha fatto epoca. Anche qui lo stesso linguaggio e il gusto spiccato per le leggende ridotte in forma di pantomina.
Giovedi 24 aprile 21.15
EDWARD II (GB 1991) Durata: h 1.01 Regia: Derek Jarman (inglese sott. Italiano)
Dal dramma (1592?) di Christopher Marlowe. Salito al trono, il giovane Edoardo dà scandalo portando a corte l'amante Gaveston e suscitando l'ostilità della moglie, dei nobili e degli ecclesiastici. Tragica fine per entrambi. Stilizzata in abiti moderni e in un vuoto scenografico di controluci e spazi chiusi, la libera trasposizione si concentra con una forza di sinistra bellezza sull'impari lotta tra istituzioni del potere e libertà individuale, raffigurata attraverso “l'amor imprigionato” e proibito perché omosessuale. Ottimo cast dove spicca la regina della Swinton, premiata alla Mostra di Venezia. Annie Lennox canta “Every Time Say Goodbye” di Cole Porter.
UNA STRAGE ANNUNCIATA
Giovedi 1 maggio proiezione continua dalle 15.30 fino a sera
Segreti di Stato (Italia, 2003) 83 min. Paolo Benvenuti. (Italiano)
Uno
dei più appassionanti e interessanti film recenti sulla Storia italiana
contemporanea, presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Segreti
di Stato di Paolo Benvenuti offre una quasi nuova interpretazione della
strage di Portella della Ginestra in Sicilia, dove nel 1947, secondo la versione
sinora nota, Salvatore Giuliano e la sua banda spararono per istigazione della
mafia sui lavoratori che festeggiavano il Primo Maggio e la vittoria della
sinistra nelle elezioni siciliane, provocando 11 morti e decine di feriti.
La tesi fatta propria dal film è che Giuliano e i suoi tirarono in aria, mentre
a uccidere sparando granate furono dodici uomini della ex Decima Mas di Junio
Valerio Borghese, nell’ambito di una congiura anticomunista che comprendeva i
servizi segreti americani, il cardinale Montini, l’onorevole Andreotti, i
ministri Scelba e Aldisio, il sottosegretario Mattarella, Leone Marchesano,
Cusumano Geloso, il principe Alliata, e che portò poi anche alle uccisioni
truccate di chi avrebbe potuto parlare, Salvatore Giuliano e Gaspare Pisciotta.
STORIE DI UN POPOLO IN FUGA
Giovedi 8 maggio 21.15
Diably Diably (Diavolo Diavolo) Dorota Kedzierzawska 11 September 1996 (France) 86 min
Giovedi 15 maggio 21.15
Skupljaci Perja (Ho incontrato anche zingari felici Regia) Aleksandar Petrovic 1967 (serbo sott.ita)
Giovedi 22 maggio 21.15
Dom za vešanje (Il tempo dei gitani) Jugoslavia 1989. (120) minuti Emir Kusturica (Romanis sott.ita)
Giovedi 29 maggio 21.15
Gadjo dilo ( Lo straniero pazzo) Francia; 1997 dur 1h e 40' Regia di Tony Gatlif (Romanis sott. Italiano)
INGRESSO LIBERO SOCI ARCI
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cdpsettignano | 24 Marzo, 2008 06:57
ARIEL...
CASA DEL POPOLO DI SETTIGNANO
VIA SAN ROMANO 1 FIRENZE
Apericinema 20.00
Proiezione corti 21.00
Proiezione film 21.15
CINEMANEMICO
PROPONE PER IL CICLO
“ JARMUSH /KAURISMAKI COME IN UNO SPECCHIO”
Giovedì 13 marzo 21.15
ARIEL
Un film di Aki Kaurismäki con Turo Pajala, Susanna Haavisto, Matti Pellonpaa, Eetu Hilkamo, Erkki Pajala. Genere Drammatico produzione , 1988 Durata 74 minuti circa.
Licenziato dalla miniera lappone dove lavora, Taisto (T. Pajala)
eredita da un compagno suicida una Cadillac bianca con cui parte verso
il sud. Due balordi lo rapinano. Trova lavoro nel porto, aggredisce uno
dei malfattori che l'avevano derubato, ma, non avendo denunciato il
furto, finisce in carcere. Evade con il nuovo amico Mikkonen (M.
Pellonpää), ma, per trovare il denaro necessario a espatriare,
commettono una rapina durante la quale muore Mikkonen. Taisto uccide i
complici e, con l'amata Irmeli (S. Haavisto), s'imbarca sul cargo Ariel che parte per il Messico. “Kaurismäki si serve del suo film
per passare in rassegna, a tutta velocità, tutti i generi
cinematografici... A forza di rassomigliare a tutto, questo film non
assomiglia a niente se non ai film di Kaurismäki” (S. Kronlund).
«È un documento sulla Finlandia. Stanno distruggendo questo paese
definitivamente, totalmente. Ci sono un sacco di case abbandonate
perché tutti finiscono ad Helsinki, o in Svezia. Oggi la Finlandia
cerca di diventare come la Florida, e niente interessa salvo il
profitto». (Aki Kaurismäki)
Quinto lungometraggio di Aki Kaurismäki, è la seconda parte della sua trilogia sociale,
ed è un viaggio non solo attraverso la Finlandia industriale ed
urbanizzata, ma anche negli ambienti del proletariato (e
sotto-proletariato) e nei generi cinematografici, passando dal dramma,
al road-movie, al gangster-movie con i toni della commedia nera sempre
presenti. Uno dei piccoli capolavori del regista finlandese.
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cdpsettignano | 02 Marzo, 2008 03:21
DAUNBAILO...
casa del popolo di settignano
via san romano 1 Firenze
CINEMANEMICO
RASSEGNA DI CINEMA POCO VISIBILE
Apericinema 20.00
Proiezione corti 20.50
Proiezione film 21.15
Giovedì 6 marzo 21.15
'
JIM JARMUSCH
ORIGINALE SOTT. ITALIANO 1986
In una prigione di New Orleans s’incontrano Zack e Jack, due americani colpevoli di piccoli crimini, e Bob, un italiano che ha commesso involontariamente un omicidio. Bob vivacizza con la sua verve la depressa atmosfera del carcere e, nel suo stentato inglese, comunica agli altri di conoscere un passaggio segreto per evadere. In breve i tre evadono ma si trovano a vagare senza punti di riferimento tra boschi e paludi. Trascorrono la notte in una locanda solitaria gestita da una ragazza italiana. All'alba Jack e Zack prendono strade opposte mentre Bob decide di rimanere.
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cdpsettignano | 23 Febbraio, 2008 23:34
LE LUCI DELLA SERA...
Giovedì 28 febbraio 21.15
LE LUCI DELLA SERA
AKI KAURISMAKI
Koistinen è guardia giurata in un moderno quartiere di Helsinki, incaricato del controllo notturno di scintillanti centri commerciali. Ha pochi punti di contatto con il suo mondo, gli è difficile inserirsi tra gli uomini e spesso vive la vita del solitario. Con i colleghi di lavoro, che sarcasticamente gli chiedono delle sue avventure con le donne, non ha molto a che spartire, e ne viene isolato. A fronte della sua misera vita Koistinen si aggrappa all’idea che il suo stato è solo temporaneo e presto si libererà dalla sua condizione di sottoposto e avrà un’agenzia di vigilanza tutta sua. Racconta questi suoi progetti a Aila, la proprietaria di un chiostro ambulante da cui si reca ogni sera. Quando un giorno la bionda Mirja gli si avvicina, gli pare che per una volta la fortuna sia arrivata anche da lui. Senza subodorare che Mirja lo cerca non per affetto ma per servirsene, fidandosi di lei, la porta con sé nel giro di ispezione alla gioielleria del centro commerciale. Mirja in realtà è complice di una banda criminale che, con le informazioni che lei fornisce loro, fa il colpo nella gioielleria del centro commerciale incastrando però Koistinen. Lui, iniziando a sospettare di Mirja, si rifiuta però di collaborare e perfino quando gli è chiaro di essere stato incastrato proprio da lei, non fa nulla per palesare la sua innocenza. Finisce così in prigione come principale indiziato di rapina. Dopo un anno viene rilasciato, ma il nuovo inizio non è felice. In tutto questo tempo solo Aila mostra di interessarsi per lui – fino all’ ultimo, anche se invano.
Il film è stato proposto al 59° Festival di Cannes per la Palma d'Oro. All'attribuzione del premio finlandese Jussi del 2007 il film ha vinto nelle categorie di film dell’anno, regia (ex aequo con Aku Louhimies per Valkoinen kaupunki) e sceneggiatura.
Le luci della sera era originariamente anche il candidato finlandese per l'Oscar 2007, in corsa per la nomina di miglior film straniero. Tuttavia non era stato chiesto il consenso per la partecipazione a Kaurismäki, contrario a questo tipo di premi cinematografici. È stato lui stesso a chiederne il ritiro dalla competizione.
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cdpsettignano | 15 Febbraio, 2008 02:15
STRANGER THAN PARADISE...
Giovedì 21 febbraio 21. 15
STRANGER THAN PARADISE
JIM JARMUSCH
ORIGINALE SOTT. ITALIANO 1984
Willi ha origini ungheresi ma vive a New York da dieci anni. Eva, la sua cugina ungherese di sedici anni, appena arrivata negli Stati Uniti trascorre un periodo insieme a Willi prima di trasferirsi a Cleveland e i due hanno modo di conoscersi meglio. Un anno più tardi Willi e il suo migliore amico Eddie vengono scoperti mentre stanno barando a una partita a poker e scappano utilizzando la vincita per andare in macchina a trovare Eva. Tutti e tre decidono di partire per Miami per una vacanza in "paradiso". Giunti in Florida si stabiliscono in un motel sgangherato ma le cose iniziano a sgretolarsi.
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cdpsettignano | 14 Febbraio, 2008 20:40
LENINGRAD COWBOYS...
Giovedì 14 febbraio 21.15
LENINGRAD COWBOYS
AKI KAURISMAKI
Cowboy: "nelle praterie nordamericane e canadesi, il guardiano delle mandrie di buoi, cavalli e altri animali. Corrisponde al búttero della nostra Maremma" (Dizionario Gabrielli)
Scritta bianca su sfondo nero: "Somewhere in Tundra...in No Man’s Land".
Lunga
panoramica da sinistra verso destra sul brullo paesaggio della tundra,
che termina su due trattori e una trebbiatrice. In primo piano, un uomo
con i capelli e le scarpe a punta, congelato, è sdraiato a terra. Il
braccio sinistro, irrigidito nel rigor mortis, regge ancora saldamente
un basso elettrico.
È l’incipit di Leningrad Cowboys Go America:
nasce così, sugli schermi cinematografici di mezzo mondo, il mito dei
Leningrad Cowboys. Questa folle band che mescola, in un delirio
sapidamente postmoderno, il rockabilly con i canti dei marinai del
Volga, lega fin dalla sua nascita (avvenuta a ridosso del
cortometraggio Rocky VI nel 1986) il suo nome a quello del regista finlandese.
Autoproclamatisi
"la peggiore rock band del mondo", segnano un punto di passaggio
fondamentale non solo per la carriera di Kaurismäki, ma per le
aspirazioni dell’intero cinema europeo. Leningrad Cowboys Go America
è un film che va all’attacco di Hollywood, ne elabora segni e simboli
per poi rigettarli in blocco; tutto questo con il sorriso sulle labbra,
ghigno derisorio di chi dimostra di saperla veramente lunga. La
Finlandia della fine degli anni ’80, come abbiamo già avuto modo di
rimarcare nel paragrafo Tra New York e Mosca,
versa in una crisi economica figlia di una rincorsa al benessere
deforme e mostruosa. Kaurismäki, che all’argomento ha già dedicato Hamlet Goes Business e Ariel,
prende il problema di petto e ne trasfigura i contorni in questo
viaggio iniziatico: trasporta al di là dell’oceano un gruppo
commercialmente impossibile (il segretario di partito consiglia così
Vladimir/Matti Pellonpää dopo aver assistito a una performance del
combo: "andate in America. Lì amano qualsiasi stronzata"), e lo pone
alla ricerca letterale del successo. Anche gli Stati Uniti che mostra
Kaurismäki hanno ben poco di dorato: è un percorso di un gruppo di
outsider in un paese che relega i reietti sulla corsia d’emergenza.
Ma
al tempo stesso attraverso l’epopea dei Leningrad Cowboys Kaurismäki
scrive la sua ode più pura a quella semplicità di vita che è da sempre
la caratteristica fondamentale dei suoi eroi in camicia e jeans. La
naiveté ostentata di questo gruppo di musicisti scalcinati, senza arte
nè parte, ingenui a tal punto da rasentare la demenza, è l’estremo
riconoscimento del regista ai poveri sognatori che avevano trovato
spazio nelle opere precedenti. L’America dei Leningrad Cowboys è la
stessa faccia della medaglia dell’Eira dei Frank di Calamari Union: vista da lontano appare come la terra dell’oro, ma la realtà mostrerà un panorama ben diverso. Così come Rocky VI
aveva rappresentato l’occasione per Kaurismäki di dare la propria
interpretazione (naturalmente surreale e sui generis) della Guerra
Fredda, Leningrad Cowboys Go America gli permette di gettare
uno sguardo a suo modo antropologico sulla terra del mito occidentale.
E sarà così anche in futuro: i Leningrad Cowboys, nella loro
collaborazione con il cineasta, saranno sempre l’escamotage usato per
leggere la contemporaneità politica in ogni sua sfaccettatura, anche la
più amara e disillusa. Appare fin troppo logico mettere in parallelo
soprattutto i due lungometraggi ed evidenziarne le differenze: è
interessante per esempio notare come l’elemento che muta più
sostanziosamente sia il ritmo. Leningrad Cowboys Go America
ha le movenze e l’umore di un blues, narcotizzante e sornione,
sgraziatamente sprezzante eppure in fin dei conti malinconico,
sconfitto; ha in sè il grasso oleoso di New Orleans, i doppi vetri
opachi del sud, lo squallore metropolitano di una New York livida e
illuminata dalle mille luci al neon. È un canto d’amore, a suo modo,
per un mondo che si è sempre potuto solo immaginare ("mi domando quando
inizierà la violenza. Finisci sempre ammazzato quando vieni a New York"
sintetizza con un misto di delusione e saggezza un componente della
band) e che, probabilmente, è molto meno lontano da noi di quanto si
era pensato/sperato. Leningrad Cowboys Meet Moses, invece,
procede attraverso un accumulo di situazioni sempre più paradossali, in
un vortice slapstick che non ha in sè alcuna dolenza: anche quando
torna a ragionare su New York, nella splendida sequenza a Coney Island,
non fa altro che svilire continuamente il mood che aveva
segnato il primo lungometraggio. L’immagine del musicista vestito da
rivoluzionario messicano che, sguardo perso nel vuoto, è seduto nella
piccola giostra sull’acqua per bambini sintetizza in maniera eccellente
la volontà, da parte di Kaurismäki, di scrivere un capitolo della saga
che si distacchi con decisione dal culto su cui poteva far forza la
band. Dopotutto anche l’America non è più una terra dei sogni, non la
si attraversa più alla ricerca del successo, per il semplice fatto che
si è consapevoli che quel successo non potrà arrivare mai. Il redivivo
Vladimir, che ora si fa chiamare Moses, non a caso sentenzia così ai
suoi compagni d’avventure: "Business is Business, but Moses is Moses".
Leningrad Cowboys Meet Moses
è un viaggio verso la Terra Promessa in rewind, e Moses come il suo
omonimo di biblica memoria deve svolgere il suo ruolo da battistrada.
Se dunque, in questa grottesca rilettura delle sacre scritture,
l’America è l’Egitto che ha sfruttato la band senza comprenderne la
grandezza, l’Europa è la terra di mezzo, quel piano desertico nel quale
si deve vagare in maniera inconcludente nella speranza di raggiungere
la meta. E quindi, mentre Leningrad Cowboys Go America era uno sguardo sul mito americano e la sua attualità, Leningrad Cowboys Meet Moses
ragiona sul declino di un’Europa che al di là delle scelte politiche
appare, alla metà degli anni novanta, un mondo ancora vecchio,
decrepito. Un morto vivente, come il membro della band che alla fine
del primo film si risveglia dal sonno eterno dopo un sorso di liquore,
giusto in tempo per suonare al matrimonio messicano. I Leningrad
Cowboys ne attraversano i confini facendosi beffe di qualsivoglia legge
internazionale, passando dalla Francia alla Germania, dalla Repubblica
Ceca fino alla Grande Madre Russia. La Guerra Fredda è già un lontano
ricordo, Leningrad e Cowboys due parole che non possono
più avere alcun senso nella contemporaneità. La band, come il regista
che la guida per mano, è anacronistica, fuori dal tempo, sconfitta
dalla novità: ma fedele a sè stessa, alla propria morale, alla propria
indole. Un inno alla coerenza e alla perseveranza che in nessun caso
deve essere scambiato per elogio della conservazione e del
passatismo. Per comprendere al meglio questa complessa visione del
mondo è comunque il caso di vedere anche i cortometraggi che Kaurismäki
ha girato con il gruppo musicale: abbiamo già abbondantemente parlato
del valore metaforico di Rocky VI, non stupirà dunque nessuno sapere che il medesimo spirito dissacrante prorompe con forza da Thru the Wire,
crudele satira nei confronti del capitalismo americano condotta in un
bianco e nero surreale, dove noir e grottesco vanno di pari passo. Ma i
lavori brevi più significativi del connubio tra la band e il cineasta
restano con ogni probabilità Those Were the Days e These Boots: nel primo, girato a ridosso delle riprese di Vita da Bohème,
si intravede lo stile più prettamente lirico di Kaurismäki, la sua
propensione alla poesia, il suo desiderio di un’evasione aulica dalla
grigia realtà contemporanea. Those Were the Days, ripresa di
un canto popolare russo nella versione che fu appannaggio di Paul
MacCartney, è l’ennesimo poema di disillusione del regista finlandese,
in un elogio degli umili che ha in sè il nitore ottocentesco di un Hugo
o del Rimbaud più dolente. Qui tutto il mondo segue la moda dei
Leningrad Cowboys, che per la prima volta non rappresentano gli alieni
"malgrado loro" tanto cari a Kaurismäki: il protagonista dunque è
reietto non più in quanto diverso, ma per semplice e crudele condizione
universale. La stessa presa di posizione che prenderà Kaurismäki
quando, di lì a pochi mesi, metterà le mani su Vita da Bohème
che, pur non presentando alcun elemento in grado di ricongiungerlo
all’epopea dei Leningrad Cowboys, mostra in maniera lampante la nuova
urgenza espressiva dell’autore (alle prese, dopo il mito di massa
americano, con quello di nicchia francese). Ben diverso, per quanto
immediatamente successivo da un punto di vista temporale, è l’umore che
domina il cortometraggio These Boots: nuovamente un classico del rock, stavolta These Boots Are Made For Walking di Nancy Sinatra, nell’interpretazione dei Leningrad Cowboys. These Boots
racchiude in pochi minuti la storia della Finlandia dal 1952 al 1969.
Attraverso alcuni dei luoghi comuni più noti sui finlandesi
(l’infantilismo, l’alcolismo, la poca intelligenza), Kaurismäki traccia
un grottesco percorso di lettura della realtà finnica, narrando i
prodromi della crisi e portando alle estreme conseguenze il discorso
sull’inutilità della parola nel suo cinema, che ha fatto da sempre del
silenzio una delle armi più affilate. Tra tutti i cortometraggi di Aki
Kaurismäki con i Leningrad Cowboys (non citiamo qui L.A. Woman, perché non aggiunge nulla, di fatto, alla poetica dell’autore), ci sembra che These Boots
sia quello più denso di significati, nel quale il divertissement che è
alla base di tutte le opere brevi del regista – ma anche della maggior
parte dei lungometraggi – si lega a una riflessione più compiuta sia
sulla realtà che sul cinema come macchina affabulatoria, dedita al "meraviglioso".
Ed è proprio nell’interpretazione del cinema come mondo meraviglioso, estraneo alle pochezze della verità
(i corsivi ci sembrano d’obbligo), che si può interpretare l’happening
musicale che sconvolse la vita di Helsinki il 12 giugno del 1993. In
quella giornata, a suo modo memorabile, sulla piazza del senato ebbe
luogo il concerto dei Leningrad Cowboys con il coro dell’Armata Rossa,
immortalato in Total Balalaika Show. L’URSS non esisteva già
più, ma questa fusione grottesca tra rock e canti popolari, permette a
Kaurismäki e alla band che ha praticamente portato agli onori della
cronaca di aggiungere un ulteriore tassello a quel discorso
sull’anacronismo e sul "tagliarsi fuori" che avevamo affrontato in
precedenza. Davanti agli occhi di un pubblico festante scorrono alcuni
dei più celeberrimi brani rock (il già cinematograficamente collaudato Those Were the Days, Happy Together, Sweet Home Alabama)
e si mescolano ai melanconici e vigorosi canti russi. Il rapporto tra
cinema e rock, forse, non è mai stato a così pochi passi dal sublime.
Divertentissimo road-movie musicale e grottesco,
pregno di ironia nord-europea ma ambientato negli States. La storia è quella
dei Leningrad Cowboys, "il peggiore" gruppo folk scandinavo, che va
in America in cerca di successo. Dal momento che, prima di partire, il bassista
rimane congelato per aver trascorso la notte all'aperto a fare le prove, la
band se lo porta in viaggio all'interno di una raffazzonatissima bara di legno
grezzo. Questa è solamente una delle innumerevoli bizzarrie che trovano spazio
in questo delirante film di Kaurismaki, al solito, splendidamente minimalista e
di grande impatto visivo. Non da meno è il look dei musicanti, in un
improbabile stile rockkabilly con enormi ciuffi di 40 centimetri, laccati e
appuntiti in avanti, occhiali da sole neri, pellicce di alce e tremende scarpe
appuntite e lunghe quanto i ciuffi di cui sopra. Per tutta la durata del film
ci si trova ad accompagnare, abbastanza increduli, i dieci membri della band (9
musicisti ed 1 manager) lungo il tragitto da New York al Messico, passando
attraverso quegli scenari periferici e, solitamente ignorati, che dell'America
conosciuta hanno poco, o nulla, ma che di quella vera ne sono lo specchio.
Lungo la strada hanno a che fare anche con Jim Jarmusch, nei panni di un
meccanico, che vende loro un'automobile per proseguire il cammino. Il lungo
viaggio è scandito da tappe regolari, in occasione delle quali i nostri si
cimentano in varie performance musicali nei generi di volta in volta più
confacenti al pubblico presente; è così che la colonna sonora diviene un
efficace pout-purri di folk finlandese, rock, country, blues.. Per il resto non
c'è molto da dire; non ci sono molti dialoghi e quelli che ci sono sono di una
linearità ed una semplicità disarmante. La forza delle immagini e lo scorrere
degli sfondi invece sono il punto di forza di un film che, senza affanni,
lascia ai silenzi ed al naturale assestamento delle cose il compito di
risolvere le questioni e che, più che interpretato, va guardato. Eccezionale la
sequenza in cui il manager Vladimir si occupa di acquistare del cibo per tutti
e si presenta con un sacchetto di cipolle, che i suoi compagni accettano senza
commentare e si spartiscono e consumano, crude, seduti in fila, in silenzio,
lungo il marciapiede, sul retro di un anonimo supermarket. In sostanza si
tratta di un'ispirata riproposizione del logoro soggetto della rock-band che
viaggia coast-to-coast lungo le highway, sviluppato in una sceneggiatura molto
scarna, senza pretese ma con genuina visionarietà. Micidiali i personaggi ed
ottima l'interpretazione di Matti Pellonpaa nella parte di Vladimir il manager.
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cdpsettignano | 03 Febbraio, 2008 19:45
ho affittato un kille (aki kaurismaki)...
Giovedì 7 febbraio 21. 15
HO AFFITTATO UN KILLER

APERICINEMA 20.00
PROIEZIONE CORTO 21.00
PROIEZIONE FILM 21.15
Il francese Henri Boulanger vive a Londra, dove è impiegato da molti anni in una ditta. Quando all'improvviso viene licenziato si dispera perché è solo al mondo e senza lavoro per cui decide di morire. Dopo qualche maldestro tentativo di suicidio, pensa di ingaggiare un killer. Avute informazioni da un tassista, si reca perciò nello squallido bar Honolulu, dove può incontrare il capo di un'organizzazione specializzata in questi "servizi". Il boss si fa dare mille sterline, l'indirizzo ed una foto, e gli promette che il lavoro sarà eseguito entro due settimane, con la massima segretezza. Dopo aver stipulato il contratto, due loschi figuri, incaricati di accompagnarlo fuori, cercano inutilmente di dissuaderlo dal voler morire. Poco dopo, Henri conosce la fioraia Margaret, se ne innamora subito, ricambiato, perciò cambia idea. Ora Henri vuole vivere, e cerca di sfuggire al suo sconosciuto assassino, dal quale si sente braccato. Ritorna al bar Honolulu, per annullare il contratto, ma trova che è stato demolito; poi, avvistati da lontano i due individui che avevano tentato di dissuaderlo, li raggiunge mentre stanno svaligiando un'oreficeria. In quel momento uno di loro spara accidentalmente al gioielliere, uccidendolo, quindi fugge col compare, mettendo la pistola in mano a Boulanger, che, ripreso dalla telecamera interna, viene ricercato per omicidio. Intanto il killer cerca Henri a casa di Margaret, la quale, spaventata, lo tramortisce colpendolo con un vaso. I due pensano di nascondersi in un albergo. Per salvare la sua amata e sfuggire all'assassino, Henri fa perdere a tutti le sue tracce. Dopo intense ricerche, Margaret riesce a trovarlo mentre lavora nel negozio di hamburger del francese Vic, e gli chiede di partire con lei per la Francia. Il killer, da tempo malato di cancro, apprende dal medico di essere prossimo a morire e, dati alla figlia tutti i soldi che gli sono rimasti, la saluta per sempre, poi si mette ancora in cerca di Henri per ucciderlo. Mentre i giornali pubblicano la notizia dell'innocenza di Henri, provata dall'arresto dei due ladri, il killer lo trova, e, sentendo che egli non vuol più morire, si uccide con la pistola, che stava puntando contro di lui. Henri e Margaret, salvi, possono partire insieme.
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cdpsettignano | 27 Gennaio, 2008 21:26
L’UOMO SENZA PASSATO...
Giovedì 24 gennaio 21. 15
L’UOMO SENZA PASSATO
AKI KAURISMAKI
Un uomo approda alla stazione di Helsinki. La sera stessa viene derubato
e ferocemente picchiato. Scappato dall'ospedale dove lo davano ormai per morto
scopre di aver perso la
memoria. Sperduto in una realtà che non conosce e privo di
qualunque punto di riferimento (non ricorda nemmeno il proprio nome), l'uomo
sembrerebbe destinato al peggio. Ma l'incontro con una famiglia di marginali e
in seguito con Irma, sfiorita rappresentante dell'Esercito della Salvezza, gli
permetterà – con tutte le lentezze e le esitazioni del caso – di rifarsi una
vita e trovare addirittura l'amore. L'uomo senza passato consacra
definitivamente Kaurismaki tra i grandi. Seconda parte dell'ideale trilogia
dedicata alla Finlandia, riprende tutti gli stilemi cari al regista
finlandese, dall'osservazione del
degrado sociale al lunare umorismo. Ma li approfondisce alla luce di una
commozione partecipata alla vita dei propri protagonisti. Per un messaggio – la
dignità come diritto inalienabile, la seconda occasione che si offre a chiunque
abbia il coraggio di afferrarla – perfettamente condivisibile. Finalmente un
film didattico nel senso migliore del termine. Meritatissimi Gran Premio della
Giuria e Palma per la miglior attrice al festival di Cannes
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cdpsettignano | 16 Gennaio, 2008 23:42
NIGHT ON EARTH \JIM JARMUSCH...
Giovedì 17 gennaio 21. 15
NIGHT ON EARTH
JIM JARMUSCH
ORIGINALE SOTT.ITALIANO 1991
Sceneggiatura: Jim Jarmusch; fotografia: Frederick Elmes; musica: Tom Waits; interpreti: Wynona Ryder (Corky), Gena Rowlands (Victoria Snelling), Giancarlo Esposito (Yo-Yo), Armin Mueller-Stahl (Helmut Grokenberger), Isaach de Bankolé (il taxista parigino), Béatrice Dalle (la passeggera cieca), Roberto Benigni (il taxista di Roma), Paolo Bonacelli (il prete), Matti Pellonpää (il taxista di Helsinki), Kari Väänänen; produzione: Jim Stark per Victor Company of Japan; distribuzione: Penta; origine: Giappone, 1991; durata: 129’.
LA STORIA
Il pianeta Terra rotea lentamente nell’oscurità del
firmamento. Poi l’occhio della m.d.p. si muove velocemente sulla superficie
irregolare di un mappamondo. Una serie di orologi fissati ad una parete segnano
l’ora di cinque diverse città del mondo. Aeroporto di Los Angeles: sono passate
da poco le 19. Mentre una biondissima donna di mezza età – ancora molto
attraente – scende da un aereo-taxi, una taxista molto giovane, conciata in
modo disastroso, scarica davanti al terminal una coppia di fusissimi metallari.
La più giovane (Sparky) porterà l’altra (Victoria) a Beverly Hills. Colpita
dalla naturalezza e dalla grinta di Sparkie, Victoria – che è un agente
cinematografico – le proporrà una parte molto importante. La ragazza, con
grande candore, rifiuterà. Una strada di New York, ore 22,08. Yo-Yo, un uomo di
colore, cerca disperatamente di fermare un taxi. Dopo un po’ se ne ferma uno
con un conduttore un po’ particolare, non troppo abile a guidare la propria
macchina. Il taxista si chiama Helmut Grokenberger e arriva da Dresda, nell’ex
Germania Orientale. Il cliente, che vorrebbe andare a Brooklyn, è costretto a
guidare egli stesso la vettura. Sulla strada i due incontrano Angela, la donna
del passeggero, e questi la fa salire con una certa violenza. Le loro
scaramucce sentimentali si alternano alle uscite più o meno consapevolmente
divertenti del taxista. L’interno di un’auto che sfreccia per le vie di Parigi
alle 4 del mattino: un taxista di colore e due passeggeri che si sentono meno
sicuri di lui. Uomini di affari del Camerun, si divertono a sfottere l’autista
che viene dalla costa d’Avorio, vengono fatti scendere piuttosto bruscamente.
Poco dopo lo stesso taxi prende su una ragazza cieca che attende su un
marciapiede. Il passeggero sembra non gradire la curiosità un po’ troppo audace
del taxista. Arrivati a destinazione il taxi viene coinvolto in un incidente.
La ragazza, alla quale era appena stato consigliato di stare attenta, se la
ride tutta goduta. Roma, la stessa ora di Parigi. Gino guida con gli occhiali e
sfreccia per le vie del centro della capitale, parlando da solo. Poi riceve la
segnalazione di un cliente che sta aspettando da qualche parte. Trattandosi di
un prete, Gino dapprima cerca di assumere un certo contegno. Ma ben presto si
lascia andare ad una serie di azioni e confessioni che risultano fatali per
l’ecclesiastico malato di cuore. Gino ne abbandona il corpo senza vita su una
panchina ai bordi della strada. Le strade di Helsinki coperte di neve e serrate
nella morsa del gelo. Ancora le 4 del mattino. Il taxista Mika prende a bordo
tre amici ubriachi. I quattro vengono uniti da una medesima disperazione
esistenziale.
Info-cinemanemico@yahoo.it
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cdpsettignano | 14 Gennaio, 2008 00:34
kaurismaki\jarmusch come in uno specchio...
CASA DEL POPOLO DI SETTIGNANO
VIA SAN ROMANO 1 FIRENZE
TUTTI I GIOVEDI
21.15
JARMUSH /KAURISMAKI
STORIE DI MIGRAZIONE MALESSERE E SOLITUDINE
Amo i suoi film e quelli di suo fratello Mika. Siamo amici da tanti anni. Il cinema di Aki è straordinario perché ti fa ridere nei momenti più tragici e piangere in quelli più leggeri. Come riesca a ottenere questo risultato miracoloso, è ancora un mistero.
J.Jarmusch
Giovedì 10 gennaio 21.15
CALAMARI UNION
AKI KAURISMAKI
ORIGINALE SOTT. ITALIANO
1985
Un manipolo di personaggi bizzarri (accomunati dallo stesso nome, Frank, e dalla stessa insoddisfazione) intraprende un viaggio che dovrebbe essere tranquillo e che, invece, si trasforma in un'incredibile avventura...
Giovedì 17 gennaio 21. 15
NIGHT ON EARTH
JIM JARMUSCH
ORIGINALE SOTT.ITALIANO 1991
Sceneggiatura: Jim Jarmusch; fotografia: Frederick Elmes; musica: Tom Waits; interpreti: Wynona Ryder (Corky), Gena Rowlands (Victoria Snelling), Giancarlo Esposito (Yo-Yo), Armin Mueller-Stahl (Helmut Grokenberger), Isaach de Bankolé (il taxista parigino), Béatrice Dalle (la passeggera cieca), Roberto Benigni (il taxista di Roma), Paolo Bonacelli (il prete), Matti Pellonpää (il taxista di Helsinki), Kari Väänänen; produzione: Jim Stark per Victor Company of Japan; distribuzione: Penta; origine: Giappone, 1991; durata: 129’.
LA STORIA
Il pianeta Terra rotea lentamente nell’oscurità del
firmamento. Poi l’occhio della m.d.p. si muove velocemente sulla superficie
irregolare di un mappamondo. Una serie di orologi fissati ad una parete segnano
l’ora di cinque diverse città del mondo. Aeroporto di Los Angeles: sono passate
da poco le 19. Mentre una biondissima donna di mezza età – ancora molto
attraente – scende da un aereo-taxi, una taxista molto giovane, conciata in
modo disastroso, scarica davanti al terminal una coppia di fusissimi metallari.
La più giovane (Sparky) porterà l’altra (Victoria) a Beverly Hills. Colpita
dalla naturalezza e dalla grinta di Sparkie, Victoria – che è un agente
cinematografico – le proporrà una parte molto importante. La ragazza, con
grande candore, rifiuterà. Una strada di New York, ore 22,08. Yo-Yo, un uomo di
colore, cerca disperatamente di fermare un taxi. Dopo un po’ se ne ferma uno
con un conduttore un po’ particolare, non troppo abile a guidare la propria
macchina. Il taxista si chiama Helmut Grokenberger e arriva da Dresda, nell’ex
Germania Orientale. Il cliente, che vorrebbe andare a Brooklyn, è costretto a
guidare egli stesso la vettura. Sulla strada i due incontrano Angela, la donna
del passeggero, e questi la fa salire con una certa violenza. Le loro
scaramucce sentimentali si alternano alle uscite più o meno consapevolmente
divertenti del taxista. L’interno di un’auto che sfreccia per le vie di Parigi
alle 4 del mattino: un taxista di colore e due passeggeri che si sentono meno
sicuri di lui. Uomini di affari del Camerun, si divertono a sfottere l’autista
che viene dalla costa d’Avorio, vengono fatti scendere piuttosto bruscamente.
Poco dopo lo stesso taxi prende su una ragazza cieca che attende su un
marciapiede. Il passeggero sembra non gradire la curiosità un po’ troppo audace
del taxista. Arrivati a destinazione il taxi viene coinvolto in un incidente.
La ragazza, alla quale era appena stato consigliato di stare attenta, se la
ride tutta goduta. Roma, la stessa ora di Parigi. Gino guida con gli occhiali e
sfreccia per le vie del centro della capitale, parlando da solo. Poi riceve la
segnalazione di un cliente che sta aspettando da qualche parte. Trattandosi di
un prete, Gino dapprima cerca di assumere un certo contegno. Ma ben presto si
lascia andare ad una serie di azioni e confessioni che risultano fatali per
l’ecclesiastico malato di cuore. Gino ne abbandona il corpo senza vita su una
panchina ai bordi della strada. Le strade di Helsinki coperte di neve e serrate
nella morsa del gelo. Ancora le 4 del mattino. Il taxista Mika prende a bordo
tre amici ubriachi. I quattro vengono uniti da una medesima disperazione
esistenziale.
Info-cinemanemico@yahoo.it
Giovedì 24 gennaio 21. 15
L’UOMO SENZA PASSATO
AKI KAURISMAKI
ITALIANO 2002
Soggetto e sceneggiatura: Aki Kaurismäki; fotografia: Timo Salminen; montaggio: Timo Linnasalo; interpreti: Markku Peltola (M), Kati Outinen (Irma), Annikki Tahti (Direttore negozio), Juhani Niemela (Nieminen), Kaija Pakarinen (Kaisa), Sakari Kuosmanen (Anttila), Outi Maenpaa (Bancario); prodotto da: Aki Kaurismäki; distribuzione: BIM; origine: Finlandia, Danimarca, 2002; durata: 97'.
Arrivato in treno a Helsinki, un personaggio chiamato nel copione M. (il
bravo Markku Peltola) viene bastonato senza ragione da tre teppisti e si
risveglia dal coma privo di memoria. Pian piano L’uomo senza passato trova modo
di sistemarsi in una baracca con l’orto, il juke-box e il cane e si accinge a
intraprendere una vita nuova come Il fu Mattia Pascal (ma si potrebbero citare
ulteriori precedenti: Siegfried di Giraudoux, Il viaggiatore senza
bagagli di Anouilh). La differenza è che nel film di Aki Kaurismäki (un
successo plebiscitario a Cannes, coronato dal premio della giuria) la creazione
dell’«uomo nuovo» non rappresenta un progetto eccentrico e provocatorio, come
nel romanzo di Pirandello, ma un tentativo di sopravvivenza. Su Le Figaro
Dominique Borde ha scritto: «I marxisti pensavano: non potendo cambiare l’uomo,
cambiamo il mondo. Kaurismäki rovescia il postulato: cambiamo l’uomo e
miglioreremo il mondo». Però su questo punto il finlandese è scettico, come si
legge in un’intervista a Positiv: «Nel mondo non vedo nessun avvenire». Amabile
e graffiante nel suo anarchismo, ammiratore dichiarato dell’opera di Frank
Capra, l’autore si esprime nelle forme della commedia e indica una via di
salvezza nel sentimento di lealtà che lega reciprocamente i perdenti. Gli vanno
bene anche gli inni dell’Esercito della salvezza, purché i suonatori, dei quali
M. diventa il manager, imparino ad eseguirli a ritmo di rock and roll.
Militante nella schiera benefica (e qui c’è forse un ricordo di Il maggiore
Barbara di G. B. Shaw) appare Irma (ovvero l’intensa Kati Outinen). Lo
smemorato ne fa la propria compagna e proprio quando tutto sembra aggiustarsi
il passato ritorna tramite l’incontro con lo strano rapinatore di una banca. Si
tratta di un piccolo industriale fallito, che prima di suicidarsi affida i
denari della refurtiva al protagonista perché li distribuisca in forma di
risarcimento ai suoi dipendenti. Nel frangente M. scopre di avere moglie e si
sente dolorosamente in obbligo di lasciare Irma e tornare a casa. Per suo e
nostro conforto, di scoperta in scoperta, cambierà idea. Fra le curiosità di L’uomo
senza passato, che per il classico equilibrio del racconto costituisce un
punto d’arrivo del cinema d i Kaurismäki, c’è da mettere la presenza nella
parte del comandante dell’Esercito della salvezza di Annikki Tahti.
Popolarissima in Finlandia, la cantante si esibisce nel suo cavallo di
battaglia, Ricorda Monrepos, un’evocazione della Carelia persa durante la
Seconda guerra. È un tocco bizzarro, come se un regista italiano in vena di nostalgie
patriottiche recuperasse il motivo di Vola colomba.
Tullio Kezich, Corriere della Sera (7/12/02)
«Il mio ultimo film – ha detto Aki Kaurismäki riferendosi a Juha
(1998) – era muto e in bianco e nero, il che dimostra chiaramente che sono un
uomo d’affari. Il passo successivo se volessi procedere su quella strada, però,
richiederebbe l’eliminazione stessa del film. Pronto al compromesso, ho deciso
di fare dietrofront e di realizzare L’uomo senza passato, pieno di
dialoghi e in più ricco di una varietà di colori, per non parlare di altri
valori commerciali». Caustico e laconico come sempre. Colori: è vero, ci sono,
i gialli e gli azzurri squillanti con cui è dipinta la baraccopoli sul porto,
il blu e il grigio delle nuvole in viaggio in cielo, il blu della divisa
dell’Esercito della salvezza. Come c’è una colonna sonora impeccabile, rock e
blues soprattutto, molto amati dall’autore, che tenne a battesimo i Leningrad
Cowboys. Dialoghi, invece, ridotti all’osso, per lo più battute folgoranti,
pronunciate con un’impassibilità alla Keaton. Kaurismäki non ha bisogno di far
parlare i suoi personaggi: i gesti, gli ambienti, gli abiti, parlano per loro,
e la macchina da presa rivela la povertà della loro condizione, là su quel
confine di una città industriale. Come dice il protagonista, un saldatore che
appena arriva a Helsinki viene picchiato quasi a morte, perde la memoria e viene
soccorso dai disoccupati che vivono nei container: «Si, certo che posso
parlare. Solo che prima non mi veniva in mente niente da dire», Kaurismäki ha
moltissime cose da dirci, sulla condizione umana, sull’amore e la solidarietà,
sulle condizioni sociali ed economiche di questo passaggio di secolo. Tra i
grandi autori di oggi, non dimentica mai, nelle sue storie minimaliste, il
tessuto sociale che le genera. Non crede però che occorrano molte parole per
raccontarlo, ma piuttosto molta comprensione, molto dolore, molta pulizia e un
filo di speranza. Più che minimalismo, la sua è parsimonia, pudore, di forma,
mai di sentimento. Nei suoi lunghi silenzi, echeggiano improvvise frasi come
«Piange una betulla se una foglia cade?», si accendono amori a prima vista,
brilla la solidarietà tra poveracci. L’autoironia è la sua arma e il suo
schermo, ma il suo cuore salta sempre fuori, nei cani che attraversano i suoi
film (qui è il “feroce” Hanibal) e nelle foto di Matti Pellonpaa che, da quando
il suo amico e il suo attore preferito è morto, campeggiano sempre in
un’inquadratura. L’uomo senza passato è uno dei film più divertenti e
commoventi dell’anno.
Emanuela Martini, Film TV (11/1202)
Giovedì 31 gennaio 21. 15
PERMANENT VACATION
JIM JARMUSCH
ORIGINALE SOTT. ITALIANO 1980
PERMANENT VACATION
(Permanent Vacation)
Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch; fotografia: James A. Lebovitz; montaggio: Jim Jarmusch; suono: Kevin Dowd; musica: John Lurie, Jim Jarmusch, Up There in Orbit eseguita da Earl Bostic; interpreti: Chris Parker (Allie), Leila Castil (Leila), John Lurie (suonatore di sax), Richard Boes (Veterano), Sara Driver (Nurse), Charlie Spademan (Paziente), Jane Fire (Nurse), Ruth Bolton (madre); produzione: Cinesthesia; distribuzione: Lab 80; origine: Usa, 1980; durata: 80’.
LA STORIA
Incapace di
dormire, Allie ha trascorso la notte camminando per le strade di New York.
Ritorna nell’appartamento della ragazza con cui vive, le parla della propria
solitudine, e poi decide di andare a visitare la madre in ospedale, dopo aver
visto il quartiere in cui è nato, sconvolto da una guerra immaginaria. Cammina
per strade deserte con edifici diroccati e coperti di fitta vegetazione. Le
bombe esplodono a distanza. In un fatiscente ospedale, Allie visita la madre. Questa divide
la camera con un’altra donna anziana che ride in modo convulso, spingendo
l’uomo ad andarsene. Ancora per strada: bande di giovani posano davanti ad
edifici abbandonati, una ragazza canta in spagnolo e quando cerca di parlarle
questa gli risponde urlando parole di cui Allie non capisce il significato. Di
fronte a un cinematografo un drogato nero gli racconta una barzelletta su di un
musicista jazz che, trovatosi senza soldi in Europa, tenta di uccidersi. Quella
stessa sera incontra un sassofonista che improvvisa serenate dal ritmo
ipnotico, che lo accompagnano nei suoi vagabondaggi. Le prime luci del mattino
trovano Allie addormentato su un tetto. Sceso ancora in strada, ruba
l’automobile a due ragazze, sotto gli occhi indifferenti di un passante. A
sera, la rivende a un ricettatore per 800 dollari. Torna poi a casa dall’amica
e fa la valigia. Dopo
aver scritto un messaggio alla ragazza, che non c’è, se ne va. È di nuovo
mattino, in riva al mare. Si incontra con un giovane francese giramondo, che
gli consiglia di andare a Parigi: almeno là Allie si troverà in una città
diversa. Allie si dirige sul molo verso una nave da carico: mentre questa si
allontana verso il mare aperto, egli osserva la città che si rimpicciolisce
all’orizzonte.
LA
CRITICA
In maniera più
precisa di qualsiasi altro film recente, Permanent Vacation di Jim Jarmusch
offre una cronaca della nuova generazione perduta post-punk – un’odissea simile
a un sogno, che accomuna l’immaginario della violenza metropolitana, le macerie
bombardate di un’ambientazione dopo-bomba, un pigro senso di orrore metafisico.
Tipico prodotto new wave, o, come preferisce chiamarlo Jarmusch, un «tipico
prodotto dell’estetica del lower east side», Permanent Vacation è senza dubbio
una narrazione un po’ discontinua, che presenta tuttavia una propria logica
interna: la logica di un sogno da sveglio, con una notevole continuità e
intensità di senso e di espressione, che rievoca i fantasmi del surrealismo, il
culto giovanile dei film di Nicholas Ray e il jazz di Charlie Parker, che
interpreta nel film il suo alterego appena mascherato, Allie, Permanent
Vacation ci mostra alcuni giorni e notti insonni della sua vita, in giro per
diverse strade, isolati e persino tetti della città bassa (...). La strategia
di Chris, sia nella vita reale che nel film, è quella del non-coinvolgimento e
della disorganizzazione. Due frasi da film di Nicholas Ray si adattano
particolarmente bene al personaggio: «Non chiedermi niente, sono straniero
anch’io» e «Voglio vivere in fretta e morire giovane». Infatti, Chris indirizza
la seconda alla propria immagine nello specchio. L’idea di base è quella di
rimanere distaccati e freddi, evitare i conflitti e i forti attaccamenti
emotivi, e distaccarsi se le cose diventano scomode o pericolosamente
coinvolgenti. Come ha spiegato il regista: «Quando si conosce qualcuno troppo
bene, diventa pericoloso, perché le emozioni cominciano a coinvolgerti. Chris
vuole evitare questo» (...). La struttura di Permanent Vacation rispecchia la
personale strategia di sopravvivenza di Chris. È lineare, si muove sempre in
avanti, mai all&rsqu