POPOLI SOTTO ASSEDIO (2017)

  • marzo 11, 2017 11:22 am

 

Venerdì 17 marzo 21.30

Khadak

Un film di Peter Brosens, Jessica Woodworth. Con Khayankhyarvaa Batzul

Drammatico, durata 104 min. – Belgio, Germania, Olanda 2006, lingua mongola, sottotitolato in italiano

 

Ambientato nelle gelide steppe della Mongolia, Khadak racconta la storia epica di Bagi, un giovane nomade destinato a diventare sciamano. Un’epidemia colpisce gli animali e i nomadi sono costretti a spostarsi verso desolate città minerarie. Bagi salva la vita di Zolzaya, un’affascinante ladra di carbone e insieme scoprono che l’epidemia è un inganno architettato per eliminare il nomadismo. È l’inizio di una grande rivoluzione.

 

……..Khadak ci porta a vedere attraverso le lenti l’universo etereo nel quale lo sciamanesimo sembra l’unica via di fuga da questo mondo innaturale e moderno, in cui tutto e tutti devono essere ‘rivestiti’. Per questa ragione Bagi vaga di istituto in istituto, dalla cava alla prigione, passando per l’ospedale…….

 

Venerdì 24 marzo 21.30

Altiplano

Un popolo e le sue contaminazioni

Un film di Peter Brosens, Jessica Woodworth. Con Magaly Solier, Jasmin Tabatabai, Olivier Gourmet, Norma Martínez, Behi Djanati Atai

Drammatico, durata 109 min. – Belgio, Germania, Paesi Bassi 2009, spagnolo, quechua, francese, inglese, persiano sottotitolato in italiano

 

Grace, una fotografa di guerra, rinuncia alla professione dopo un violento incidente in Iraq. Suo marito Max, origine belga, è un chirurgo che lavora in una clinica oculistica sulle Ande, in Perù. Gli abitanti del vicino villaggio di Turubamba iniziano ad ammalarsi per una perdita di mercurio da una miniera della zona. Saturnina, una giovane donna del villaggio, perde il suo fidanzato per via del contagio. Ignorando la vera causa della malattia, gli abitanti del villaggio rovesciano la loro collera sui dottori stranieri e organizzano una rivolta nella quale Max perderà la vita. Grace parte verso i luoghi dove Max è morto. Nel frattempo Saturnina protesta contro le continue violazioni che il suo popolo e la sua terra sono costretti a subire. I destini di Grace e Saturnina si intrecciano. Altipiano è il racconto lirico su un mondo fatto di diversità tuttavia attraversato da legami e connessioni.

………Villaggio di Turubamba, nell’Altiplano del Perù, una zona isolata delle Ande: una statua della Vergine si rompe durante una processione. Iraq: una fotografa belga scatta, nonostante le minacce, una foto dell’esecuzione della sua guida locale. E’ nel fracasso dei confini del mondo che comincia un film dalle grandi ambizioni: denunciare gli effetti devastanti del colonialismo economico in America Latina e immergersi nella spiritualità delle forze della Natura e della religione attraverso le disavventure tragiche di semplici abitanti del pianeta.

Il tutto in uno stile narrativo che mischia realismo, simbolismo e un lirismo quasi sovrannaturale (che strizza l’occhio a La montagna sacra di Alejandro Jodorowsky), accompagnato da un’impronta visiva molto forte (flashback in bianco e nero, immagini video, giri di camera, scenografie maestose e una fotografia splendida firmata da Francisco Gozon). Un’opera che si assume ogni rischio e che non cerca l’approvazione unanime degli spettatori, i quali potrebbero rimanere sconcertati da alcune scelte drammatiche…….

 

Venerdì 31 marzo 21.30

Charlie’s Country

Il cinema di impegno civile di De Heer fa emergere senza filtro e con la forza della denuncia la condizione aborigena attuale

Un film di Rolf De Heer. Con Peter Djigirr, Luke Ford, Jennifer Budukpuduk Gaykamangu, David Gulpilil, Peter Minygululu. Ritchie Singer

Biografico, durata 108 min.Australia 2014

Aborigenal, inglese sottotitolato in italiano

 

“Gli aborigeni che abitano nelle loro terre ancestrali vivono 10 anni di più rispetto a chi sta nelle comunità di reinsediamento”. E’ solamente uno dei dati presentati dal rapporto “Il progresso può uccidere – Survival International”, condotto su tutte le popolazioni indigene del mondo. Se ne sta accorgendo anche Charlie, aborigeno che ormai da anni vive in una sorta di “riserva” che le autorità australiane hanno creato per la sua popolazione nel nord del paese: scisso tra due modi di vivere, due culture, Charlie – che un tempo cacciava per vivere – decide di tornare “a casa”. Di riappropriarsi della propria terra. Ma non sarà facile.

 

Venerdì 7 aprile 21.30

El abrazo de la serpiente

Un film di Ciro Guerra. Con Jan Bijvoet, Brionne Davis, Luigi Sciamanna, Nilbio Torres, Antonio Bolivar.Yauenkü Migue, Nicolás Cancino

Avventura, durata 125 min. – Colombia, Venezuela, Argentina 2015, spagnolo, portoghese, aboriginal, tedesco, catalano, latino, inglese sottotitolato in italiano

 

Il tempo è la dominante segreta di questo racconto assorbito da una cornice misteriosa e impenetrabile come l’Amazzonia, privata di ogni esotismo da un bianco e nero che esprime, nella scala dei grigi, il suo percepibile profilo mutabile e multicolore.

El abrazo de la serpiente del colombiano Ciro Guerra che con questo film è stato candidato all’Oscar dopo la selezione nella Quinzaine di Cannes 2015, vede al centro della vicenda, che si sviluppa nell’arco di una trentina d’anni, ma ha il respiro del racconto infinito, lo sciamano Karamakate, ultimo rappresentante del suo popolo. Karamakate ha perduto nel tempo le sue qualità interiori e soprattutto i ricordi. Oggi, nel 1949, accompagna Richard Evans Schultes scienziato statunitense che a sua volta è sulle tracce della vecchia spedizione dello scienziato tedesco Teo Koch-Grunberg di cui faceva parte anche Karamakate, all’epoca nel pieno delle proprie forze. Durante il lungo tragitto alla ricerca della yacruna rarissima pianta terapeutica, Karamakate riacquisterà le sue qualità e non sarà più chullachaqui cioè un uomo vuoto. Guerra si fa creatore di un viaggio allucinante dentro al cuore di tenebra di un luogo che esige dai suoi ospiti una purezza spirituale, un distacco da ogni desiderio, da ogni bene e perfino da ogni sentimento, che esige l’ascolto della terra e una panica immersione nei suoi ritmi naturali che sembrano riflettere le frequenze dell’universo che, a sua volta, sembra ripetersi in questa diversa dimensione che è l’Amazzonia.  

 

Venerdì 14 aprile 21.30

Porfirio

Un film di Alejandro Landes. Con Harrilson Ramirez, Jazbleidy Sanchez, Porfirio Ramirez, Ramírez Reinoso, Aldana Jarlinsson. Yor Jasbleidy, Santos Torres

Drammatico, durata 101 min. – Colombia, Francia, Spagna, Uruguay, Argentina 2011, spagnolo sottotitolato in italiano

 

Porfirio ha le gambe paralizzate, vive grazie all’aiuto del figlio factotum e con la moglie, conduce un’esistenza precaria aspettando un sussidio di infermità che non arriva. Acquista una bomba a mano al mercato nero, la nasconde nei pannoloni e si imbarca su un aereo.

Opera seconda di Alejandro Landes, Porfirio è un’operazione che si situa tra il documentario iperrealista di Pedro Costa (No Quarto da Vanda) e quel cinema iraniano che si fonda sulla ricostruzione di fatti di cronaca, facendoli interpretare dai suoi stessi protagonisti (Close-Up, La mela). Proprio da questo secondo tipo di lavoro parte Landes, colpito dalla notizia di un aereo dirottato da un uomo paralizzato, Porfirio Ramirez Aldana, cui farà fare il ruolo di se stesso.

L’esistenza di Porfirio è seguita da vicino, con una macchina da presa che gli tiene il fiato sul collo, e che impietosamente non risparmia nulla dei dettagli corporali e fisiologici, del lavarsi, delle pulizie. Così come viene ostentato, anche nella locandina del film, quel segno sulla schiena, residuo cicatrizzato del colpo di proiettile che lo ha reso infermo. Uno sguardo sempre rigoroso, entomologico. È una vita da larva, come simboleggiato da un bruco che gli striscia di fianco nel cortile. E come un bruco destinato a diventare farfalla, anche Porfirio arriverà a librarsi nell’aria, salendo sull’aereo. Il film ha un ritmo estenuante, che comunica agli spettatori quella che è la snervante quotidianità del protagonista, la sua indigenza, cui la burocrazia fatica a riconoscere gli aiuti spettanti.

Il conflitto civile in corso in Colombia, tra forze militari, paramilitari e guerriglia, pur non essendo mai espressamente citato, aleggia per tutto il film. Porfirio dice che il figlio ha difficoltà a trovare lavoro per il fatto di non avere una carta militare. Si sente perennemente in sottofondo, grazie a un accuratissimo lavoro sul suono, il rumore degli elicotteri dell’esercito, come si capirà alla fine.

A un certo punto il film cambia registro, il documentario cede il passo alla vicenda del dirottamento e si perde la centralità, l’insistenza morbosa su Porfirio e quasi tutto avviene fuori campo. Si torna poi al protagonista nell’ultima scena, ripreso a fare il cantastorie che narra l’episodio.

 

Venerdì 21 aprile 21.30

Oranges and Sunshine

Un film di Jim Loach. Con Hugo Weaving, David Wenham, Emily Watson, Tara Morice, Stuart Wolfenden. Helen Grayson, Molly Windsor, Ruth Rickman, Adam Morgan, Greg Stone Drammatico, durata 105 min. – Gran Bretagna, Australia 2010, inglese sottotitolato in italiano

Non dev’essere facile portare quel cognome ma Jim Loach, avendo già una vasta esperienza di documentarista alle spalle, è arrivato al suo lungometraggio d’esordio senza complessi nei confronti del padre Ken. Puntando dritto all’esplorazione di un tema complesso, che lui stesso ha definito “la natura dell’identità e che cosa ci rende ciò che siamo”.

La vicenda raccontata da Oranges and Sunshine è infatti quella di Margaret Humphreys, un’assistente sociale di Nottingham che portò alla luce uno dei più raccapriccianti scandali civili degli ultimi tempi: la deportazione dal Regno Unito in Australia di oltre 30 mila bambini orfani o indigenti, perpetrata dal governo inglese durante un periodo compreso tra il 1930 e il 1970 per offrire braccia forti e giovani all’impero.

 

Venerdì 28 aprile 21.30

Baran

 

Un film di Majid Majidi. Con Fouad Nahas, Majid Majidi

Drammatico, durata 98 min. – Iran 2001, farsi

sottotitolato in italiano

 

Alcuni rifugiati afghani lavorano in un cantiere di Tehran, come manovali. Un giorno Najaf ha un incidente ed è costretto ad abbandonare il lavoro. Ma il suo stipendio è necessario per non far morir di fame la sua famiglia. La figlia Baran si traveste da uomo e si offre di sostituirlo. Il cinema iraniano esce dai circuiti locali sulla scia della fama di Kiarostami. L’identità culturale di questo cinema rimane forte e non cede alle lusighe del mercato. Anche Baran, fiaba incantanta sprofondata nelle asprezze di una società ancora integralista eppure piena di conflitti, sente i legami e le radici con una tradizione visiva e narrativa che ormai ha abituato anche gli spettatori occidentali ai suoi ritmi di racconto. La cinematografia iraniana corre forse un unico rischio; quello di cristallizzarsi nella voce unica di questa tradizione affossando in un paradigma culturale i fermenti della società iraniana in evoluzione.