Archives for febbraio, 2013

IMMAGINARIO IMMAGINATO -rassegna di cinema est europeo

  • febbraio 10, 2013 2:24 pm

immaginario immaginato

 CASA DEL POPOLO DI SETTIGNANO

 VIA SAN ROMANO 1 FIRENZE

 cinemAnemico

RASSEGNA DI CINEMA POCO VISIBILE……….

 

Apericinema       2 0.00

                                                                                                    Proiezione film     21.30

IMMAGINARIO  IMMAGINATO

RASSEGNA DI CINEMA EST EUROPEO

 

 

 

 

 

Venerdì 8 febbraio

Koktebel

(Russo, subtitle italiano)

Un film di  Boris Khlebnikov e Aleksey Popogrebskiy, con  Gleb Puskepalis, Igor Chernevich e Yevgeni Syty

Drammatico, durata 100 min. – Russia, 2003

Un padre e un figlio, soli e senza niente, attraversano la Russia in un lungo viaggio alla volta di Koktebel, in Crimea.

Protagonisti inizialmente misteriosi allo spettatore, per il loro ignoto passato e il loro incerto presente, con il dispiegarsi della trama riveleranno mano a mano i tasselli della loro vita, lasciando intuire il perché della loro condizione e i motivi del loro viaggio.

Un viaggio che è intrapreso in condizioni disagevoli e disagiate, attanagliati da ristrettezze economiche e di mezzi, e percorso con ogni mezzo di fortuna: a piedi o clandestini su un treno merci, elemosinando un passaggio o un aiuto. Ma un viaggio che si rivelerà anche, e soprattutto, una ricerca e una speranza. La ricerca di un traguardo che sia – prima che un punto di arrivo – il punto di partenza per una nuova vita; e la speranza di (ri)trovare quelle condizioni di stabilità e serenità – di spirito oltreché materiali – andate perdute.

Se tali speranze siano concrete piuttosto che miraggi o chimere, lo scopriremo, forse, insieme ai protagonisti.

Un film delicato e profondo, incomprensibilmente ignorato dalla distribuzione italiana, troppo intenta a rassicurare il mercato con superficiali blockbuster hollywoodiani.

(http://www.asianworld.it/)

Venerdì 15 febbraio

Ovsyanki

(Silent souls)

(Russo, subtitle italiano)

Un film di  Aleksei Fedorchenko. Con  Yuliya Aug, Olga Dobrina, Larisa Domaskina

Drammatico, durata 78 min. – Russia, 2010.

Miron affronta con l’amico Aist un viaggio per dare l’estremo addio alla defunta moglie Tanya secondo il rito della cultura dei Merya, un’antica tribù proveniente dal Lago Nero, in Russia. I due uomini intraprendono un lungo cammino attraverso quelle terre sconfinate insieme a due uccellini in gabbia. Lungo la strada Miron condivide con l’amico alcune confidenze coniugali, e scopre di non essere stato il solo ad amare Tanya.

Dedicato a chi desidera assaporare una storia d’amore dolorosa e lancinante e a tutti quelli che amano il cinema russo in tutto il suo feroce e fulgido realismo.

Fedorchenko scrive e dirige in maniera impeccabile un racconto struggente e silenzioso intriso di poesia, di mistero e di passione, la storia di un distacco difficile ma inevitabile, quello dai propri cari, dalle tradizioni, da un mondo rurale che è destinato a finire, perchè quello che deve succedere alla fine succede e l’uomo, nella sua insignificante piccolezza, poco può fare per opporsi.

(http://www.movieplayer.it)

 

Venerdì 22 febbraio

Woyzeck

(Ungherese – subtitle italiano)

Un film di János Szász. Con  Lajos Kovács, Diana Vacaru, Éva Igó.

Drammatico, durata 93 min. – Ungheria, 1994

János Szász riesuma l’atroce dramma di Georg Büchner ambientandolo nell’Ungheria di oggi eppure mantenendone le caratteristiche di cupa astrazione: il disturbato protagonista è guardiano dello scambio n.360 e abita l’annessa baracca, l’inquieta Maria subisce il richiamo dei sensi durante una festa di dropout che stanno tra lo tzigano e il semplice ubriacone, il Tamburmaggiore fa il poliziotto; ma ogni elemento del paesaggio sembra sprofondato in una dimensione atemporale, sospeso nelle nebbie esistenziali dell’avvolgente bianco e nero di Tibor Máthé. La scena ferroviaria moltiplica le simmetrie (e vengono in mente i paralleli più incongrui, dai “”carri merci carri merci carri merci”” di ginsberghiana memoria alle “”fredde parallele della vita “” di un altro non dimenticato Poeta), cosicché l’opening up, pur legato a scelte narrative tutt’altro che pretestuose, autorizzate come sono oltretutto dalla dinamicità assai poco “”teatrale”” del testo di partenza, finisce per ribadirne l’atmosfera claustrofobica, quasi il “”fuori”” non fosse che un incubo di Woyzeck, una sorta di proiezione del suo io diviso. Risulta perciò arduo, almeno per chi è ancora costretto a guardare da lontano nonostante le reiterate frequentazioni, stabilire un rapporto tra l’universalità delle angosce büchneriane e il contingente dello homo hungaricus alle prese con gli imbarazzi del guado. Anche giudicato solo come rilettura di un classico, comunque, il film appare un notevole saggio di regia, omogeneo e coerente anche quando si prende delle libertà (a noi è sembrata discutibile solo la scelta di far entrare Woyzeck nella stanza in cui Maria è a letto col Tamburmaggiore: non ce n’era proprio bisogno, visto che la follia del personaggio si costruisce per accumulo di sospetti ed allusioni). Molto suggestiva la colonna sonora, che esclude quasi programmaticamente l’impiego di un fin troppo ovvio Berg, spaziando da Purcell a Pergolesi, con l’inclusione “”extracolta”” del Ternipe Group. Gli attori sono tutti bravi, con una menzione d’obbligo per il protagonista, Lajos Kovács, che abbina physique du rôle e allucinazioni espressioniste padroneggiate con sapienza, letteralmente ridicolizzando la buonanima di Klaus Kinski. Il nostro Woyzeck in pectore, per maschera tragica e antinaturalistica dismisura di una impressionante resa in chiave epica, rimane comunque Carlo Colnaghi, almeno per quegli indimenticabili frammenti che ci ha fatto intravvedere in Tempo di riposo di Daniele Segre.

Paolo Vecchi

Al celeberrimo testo di Georg Büchner si è rifatto il regista János Szász per il suo film. Ne esce una versione quasi astratta dell’opera della quale vengono accentuati i lati metafisici. Woyzeck si situa così in una atemporalità resa evidente dall’ambientazione contemporanea, e dalle scarnificate, astratte scenografie dello scalo ferroviario. Se, allora, i fasci dei binari appena percettibili sotto la crosta di neve che li ricopre rimandano alla fascicolazione del sistema nervoso “”malato”” di Woyzeck, il film si pone sotto il duplice segno di una modernità in atto e dell’alienazione (oggetto di tutta una sociologia dell’automazione) di lì a venire. Woyzeck è oggetto di un esperimento scientifico e contemporaneamente soggetto “”biblico”” dell’ineluttabile: tramite stritolato tra la rivolta dei sensi e un’impossibile riconciliazione. Va dato atto a Szász di aver realizzato un film (per quanto scevro da impennate linguistiche veramente innovative) carico di grande suggestione: lo aiutano sicuramente l’impeccabile fotografia di Tibor Máthé (che ricorda un po’ Perdizione di Béla Tarr) e soprattutto l’ottima recitazione dei suoi attori, in primis, naturalmente, il Woyzeck di Lajos Kovács di rara asciuttezza e adesione, e la musica che da Purcell a Pergolesi tratteggia sapientemente i momenti sospesi della narrazione calando l’opera in un’aura di tragica magia.

Andrea Frambrosi

(http://www.lab80.it)

Venerdì 1 marzo

Szklane usta

(Blood of a Poet)

(Polacco, subtitle italiano)

Un film di Lech Majewski. Con Joanna Litwin, Patryk Czajka, Dorota Lis, Grzegorz Przybył, Anna Wesołowska.

Drammatico,  durata 97 min. – Polonia, 2007.

Il film è nato come una installazione di video arte dal titolo ‘Il sangue di un poeta’. Questa ha aperto la retropsettiva di Lech Majewski  al MOMA (Museum of Modern Art) di New York il 3 maggio 2006. Rifiutare il dialogo e la cronologia ha segnato un approccio innovativo alla narrazione tradizionale: il flusso simultaneo di immagini, gli eventi, e le associazioni visive creano una intersezione forte con la coscienza umana.

Sulla base di questo ciclo, Lech Majewski ha assemblato un lavoro più lungo, Glass lips, che racconta la storia di un giovane poeta in contrasto con se stesso e con il mondo. Dopo la morte di sua madre – anche se la possibilità del “dopo” è sempre relativa, in Glass Lips – il giovane poeta si ritrova rinchiuso in una clinica psichiatrica. Dal suo isolamento vede sua madre, il suo padre violento e le amanti di suo padre. Attraverso questo processo di ricordare, le visioni si sovrappongono e comunicano tra di loro, richiedendo continuamente  allo spettatore di sviluppare un nuovo metodo di interpretazione.

Venerdì 8 marzo

Cztery noce z Anna

(Four Nights with Anna)

(Polacco, subtitle italiano)

Un film di  Jerzy Skolimowski.

Con Artur Steranko, Kinga Preis, Jerzy Fedorowicz

Drammatico, durata 87 min. – Polonia, Francia, 2008

Quattro notti con Anna si muove, con modestia lungo i binari di quel cinema di paese (di villaggio, di borgata: chiamatelo come volete) che sembra appartenere alla tradizione della sua Polonia […] La modestia cui si accennava in precedenza è solo apparente, perché sin dalle prime immagini del film ci si rende conto di trovarsi di fronte a un’opera maggiore, se non altro per la stupefacente bellezza plastica delle immagini. Usando il digitale come una tavolozza da pittore, Skolimowski reinventa la materia di cui è fatto il film, immerge i paesaggi e gli interni in un’atmosfera irreale, filtra la luce sino a far apparire lo schermo come la parete di un acquario. I personaggi sembrano muoversi rallentati da un liquido invisibile ma denso, i dialoghi sono quasi assenti, le emozioni si riflettono nelle inquadrature sonnambuliche che mimano l’atteggiamento del protagonista, l’ironia tragicomica della situazione va a braccetto con la suspence. Le quattro notti da sognatore cui allude il titolo sono quelle che Leon, l’addetto all’inceneritore nell’ospedale del villaggio, decide di trascorrere nella camera da letto di una non più giovane infermiera. Qualche anno prima, aveva involontariamente assistito alla scena brutale del suo stupro, senza osare o volere intervenire. Ossessionato da quella visione, dopo aver trascorso innumerevoli serate a spiarla dalla propria abitazione, decide di passare all’azione. Con metodo e scrupolo insospettabili in un mezzo idiota, riesce a introdursi nottetempo attraverso la sua finestra, limitandosi a contemplare, senza neppure sfiorarlo, l’oggetto del suo desiderio. Colto in flagrante, sarà processato per il delitto non commesso, ma chi può dire con precisione dove s’interrompe la linea del desiderio per confondersi quella della colpa?

(http://www.asianworld.it)

 

Sabato 15 marzo

The Mill and the Cross

(Inglese, spagnolo, subtitle italiano)

Un film di  Lech Majewski.  Con  Rutger Hauer, Michael York, Charlotte Rampling

Drammatico, durata 92 min. – Polonia, Svezia 2011.

«I colori della passione», è un progetto curioso e altrettanto coraggioso diretto dal polacco Lech Majewski.

Artista a tutto tondo, Majewski ci propone in questo caso un viaggio all’interno de «La salita al calvario», quadro dipinto da Peter Bruegel il vecchio nel 1564, in cui la Passione di Cristo è ambientata nelle fiandre del XVI secolo, oppresse dall’occupazione spagnola.

Pellicola più contemplativa che narrativa, «I colori della passione» è un’operazione affascinante e meticolosa, in cui ogni singolo fotogramma ricorda, per posizione dei personaggi e scelte di luce, le tele dei maestri fiamminghi.

(http://www.ilsole24ore.com)

 

Venerdì 22 marzo

Fövenyóra

 (Serbo- subtitle italiano)

 Un film di  Szabolcs Tolnai. Con  Nebojsa Dugalic, Slobodan Custic, Jasna Zalica

Drammatico durata 110 min. – Serbia, Ungheria, 2007

 Andreas, scrittore, ritorna in Serbia dove ha passato l’infanzia. Qui vive in uno stato di ricordo perpetuo dove la figura del padre, ucciso in un campo di concentramento, diviene il protagonista delle sue memorie.

Produzione serbo-ungherese girata nel 2007 per mano del magiaro Szabolcs Tolnai ispiratagli dal romanzo La clessidra (1971) edito in Italia da Adelphi e scritto dall’autore slavo Danilo Kiš. Infatti la traduzione italiana della parola ungherese “fövenyóra” è proprio “clessidra”, un oggetto che per antonomasia si collega allo scorrere del tempo, un fluire che nel film di Tolnai non è regolare ma si istituisce in una continua alternanza tra passato e presente. Ne consegue che lo scivolare della sabbia da un bulbo di vetro all’altro diviene innaturale, come se una mano invisibile scuotesse il dispositivo mescolando il getto degli accadimenti. Si profila perciò un cinema cifrato a cui non preme la linearità del racconto per, all’opposto, incunearsi nei flash(back) e presentare situazioni a se stanti o sottilmente dipendenti alle vicissitudini paterne in un metodo che ricalca bene l’affrancamento dei Ricordi. Qualche veduta interessante Tolnai riesce a proporla (la seduta spiritica!), ma la ferita difficilmente medicabile causata da una sgangheratezza complessiva fa male al consumo della storia in cui capita sovente di rimanere perplessi dinanzi ad un andamento così sbilenco.

Una piccola boa di salvataggio ci viene fornita dalla regia che non tradisce la propria bandiera.

Aldilà del bianco e nero capace di fornire sempre quel quid pluris ad una pellicola contemporanea, il garbo delle riprese è notevole e incontra i gusti di chi ama quel cinema capace di esaltare gli spazi interni ed esterni (molto bello l’incipit dove la mdp ha come traccia il tronco di un albero), e che con la stessa finezza coglie la faccia(ta) dell’uomo e subito dopo quello che hanno dentro. Anche se in realtà questo discorso non è granché assegnabile a Fövenyóra perché l’introspezione legata alla memoria personale resta intrappolata nella ragnatela riecheggiante, pertanto lo smarrimento di Andreas assume contorni sfocati al pari della sua nostalgia.

(http://pensieriframmentati.blogspot.it)

Sabato 29 marzo

Stalker

(Russo – subtitle italiano)

Un film di  Andrey Tarkovskiy,  con  Alisa Freyndlikh, Aleksandr Kaydanovskiy, Anatoliy Solonitsyn

Fantascienza, durata 163 min. – Unione Sovietica, 1979

Tratto liberamente dal libro ‘Picnic sul ciglio della strada’ dei fratelli Strugackij:  Un meteorite caduto sulla terra ha prodotto strani fenomeni in una zona, la ‘zona’, prontamente protetta e recintata dall’esercito. Per entrarci esistono però delle guide clandestine, chiamate “Stalker”, capaci di condurre chiunque lo richieda fino alla “stanza dei desideri”. Uno scrittore, uno scienziato e uno stalker partono verso la misteriosa zona. Ne torneranno profondamente cambiati.

Stalker è forse uno dei film che possono anche cambiare la vita, Andrej Tarkovskij stesso ha dichiarato che tra i suoi  film è  quello preferito, perlomeno

ai tempi del viaggio in Italia con Tonino Guerra ed in effetti si può sperimentare la sensazione di trovarsi davanti ad un bellissimo Film. Andrej approfitta del film, dello Stalker e dei due personaggi che non a caso sono uno scrittore ed uno scienziato per parlare di molti argomenti tipicamente umani che ci toccano profondamente.

La storia è quella di una specie di iniziazione, il viaggio come esperienza iniziatica, esiste una meta (la stanza) ma è ovviamente fittizia, illusoria, allo spettatore questo non è subito chiaro ma via via che le immagini scorrono si comincia a capire. Tutto questo si evince dal fatto che per andarci non seguono la via diretta, la più facile ma quella più intricata e pericolosa, quella più buia e misteriosa. Per non parlare dei ‘dadi’ che vengono lanciati per capire se

un percorso è sicuro o meno. Insomma ci sono forti legami con la spiritualità e con i misticismo ma non strettamente cristiani, si possono ritrovare riferimenti con il taoismo e la spiritualità zen che Andrej apprezzava molto. Anche la musica dell’ottimo E. Artemiev ed i suoni sono estremamente curati ed affascinanti come in quasi tutti i film di Tarkovskij.  Un grande capolavoro.

(M. Liverani))

Venerdì 5 aprile

Püha Tõnu kiusamine

(The Temptation Of St. Tony)

( Estone, russo, inglese, francese, tedesco- subtitle italiano)

Un film di  Veiko Õunpuu.   Taavi Eelmaa, Ravshana Kurkova, Tiina Tauraite .

Drammatico, durata 110 in. – Estonia, 2009

Püha Tõnu kiusamine è un film di folgorante bellezza.

Basta poco (un bizzarro corteo funebre di herzoghiana memoria) per capire che il regista estone classe ’72 Veiko õunpuu ha talento da vendere. Come il suo collega e quasi connazionale Sharunas Bartas, egli propone una carrellata di esseri umani che difficilmente sembrano appartenere a tale categoria. Ma la tipica malinconia bartassiana qui viene sostituita da un surrealismo che incamera sequenza dopo sequenza misteriosi interrogativi a cui non è possibile dare risposta. Vieppiù che la regia di õunpuu risulta incredibilmente diversificata, per cui l’immagine passa da una sospensione piano-sequenziale degna del miglior Tarr a rabbiose accelerazioni estetiche che mozzano il fiato.

Ciò comporta un disorientamento tangibile, tuttavia la bussola per muoverci adeguatamente viene fornita fin da subito.

Eggià perché la chiave di lettura attraverso la quale comprendere l’opera risiede nelle parole di Dante sovraimpresse sullo schermo prima che tutto abbia inizio. Il primo verso della Divina Commedia delinea il quadro diegetico poiché abbiamo Tony, un uomo sulla quarantina, ricco, con un bel lavoro e una bella moglie, che si ritrova in una selva fatta di tenebra dove decine e decine di mani mozzate galleggiano sulla superficie paludosa. L’Inferno inizia da qui e senza cantiche o gironi la popolazione che lo abita non ha nulla da invidiare a quella narrata dal Sommo Poeta. Il problema, per il protagonista, è che i simili a cui va incontro non pagano nessun tipo di contrappasso ma anzi perpetrano il male imperterriti. Gli esempi si susseguono a ritmo incessante attraverso una progressione onirica di elevatissima densità; basta prendere il tizio sopravvissuto all’incidente che invece di invocare aiuto chiede se può sedersi nella lussuosa macchina di Tony. Questo episodio apre la strada ad altri di simile fattura dove la tesi del regista è quella di inscenare una sorta di martirio in cui il personaggio principale è l’UNICO a farsi delle domande di tipo etico (“cos’è la bontà?”), mentre il resto del mondo si interessa a tutt’altro: la polizia di frontiera, mai così estrema, adotta metodi poco ortodossi durante le interrogazioni, gli amici di Tony parlano di scambi di coppia e rabbrividiscono (giustamente, ve lo assicuro) alla visione di un barbone oltre la finestra, il proprietario della fabbrica licenzia i dipendenti per una piccolissima percentuale di difetto.

In questo percorso Tony non è solo. Egli trova in un cane, da lui ucciso e forse resuscitato per il suo pentimento, un Virgilio come guida e una Beatrice di bianco vestita come amore vero. Ma la debole presa di questi due personaggi rispetto all’angoscioso contesto che stritola ogni cosa fa sì che l’accompagnamento diventi una rincorsa, e così quando assistiamo al magnifico dialogo fra il sacerdote luciferino e il Nostro in cui si palesa l’assoluta latitanza di una fede, Tony si inoltra in un delirante sottomondo che lo porterà al totale smarrimento di sé.

(http://www.asianworld.it)

 

 

Venerdì 12 aprile

Angelus

(Polacco – subtitle italiano)

 Un film di   Lech Majewski. Con   Jan Siodlaczek, Pawel Steinert, Daniel Skowronek

Commedia durata 110 min. – Polonia, 2001

è una commedia surreale sulla storia di un piccolo paesetto polacco durante la grande guerra, il comunismo e la guerra fredda… tutto visto in chiave ironica attraverso un gruppo di personaggi strampalati, compagnoli-minatori, che ricevono 3 indizi per intuire la fine del mondo dalla loro guida spirituale in punto di morte: UNA GRANDE GUERRA, UNA PIAGA ROSSA E UN FUNGO ENORME

(http://www.asianworld.it)

 

Venerdì 19 aprile

A Torinói ló

(The Turin Horse)

(Ungherese, tedesco – subtitle italiano)

Un film di  Béla Tarr e Ágnes Hranitzky.  Con  János Derzsi, Erika Bók, Mihály Kormos.

Drammatico, durata 146 min. – Ungheria, 2011

In sei giorni, è detto, Dio creò la terra, l’uomo e tutte le cose viventi. In sei giorni Bela Tarr li distrusse. Il settimo giorno, quando l’alba del mondo si rivelò infine come un tramonto, i due si riposarono insieme in seno al pieno nulla dell’essere.

“Il cavallo di Torino”, ultimo lavoro del regista ungherese Bela Tarr, è il racconto di sei giorni della vita di un uomo, di sua figlia e del loro cavallo, figure esemplari di un’esistenza che scivola nell’oblio lentamente. Il film inizia con una conclusione, quella della vita pubblica del filosofo tedesco Nietzsche. Una conclusione che precede l’immagine ed il margine visibile del film che risuona dal profondo nero dello schermo con le sembianze di una voce che racconta una storia vera: “A Torino il 3 Gennaio 1889, Friedrich Nietzsche esce dal portone numero 6 di via Carlo Alberto”, alla vista di un cocchiere senza nome – “Giuseppe? Carlo? Ettore?” – che brutalmente frustava il suo cocciuto cavallo perché si rifiutava di muoversi il filosofo si lancia ad abbracciare il cavallo piangendo. Ultimo gesto di un Nietzsche che scivola nell’oblio dell’insanità mentale.

L’apocalisse di Tarr scende inesorabile sul mondo con l’esplosione della follia di Nietzsche o con la lenta agonia del cocchiere e della figlia, i cui destini sono legati con un doppio filo al malconcio cavallo anch’esso destinato a quella stessa morte, a quello stesso nulla che cala inesorabile sulla terra tutta. Un’apocalisse invisibile che ha il sapore della vita stessa, della vita umana che si ripete come un ossessione imitando i cicli della natura, imitando un ordine insensato perché il vivere senso alcuno non ha: mangiare, dormire, dormire, mangiare e, alle volte, sedersi per guardare fuori da una finestra (che potrebbe essere benissimo un televisore). La vita è un nulla che si ripete, un nulla che Tarr riprende magistralmente con un ricco bianco e nero senza bisogno di sensazionalismo e quasi nemmeno di una trama per un film che si posa delicato sulla vita come un velo e come un velo ne lascia intravedere le forme. Deve essere detto: è faticoso seguire la vuota vita dei personaggi de “Il cavallo di Torino”, la stessa cinepresa lentamente si impigrisce smettendo di pedinarli e osservando i loro movimenti sempre più da lontano, sempre più immobile forse anch’essa trascinata nell’inedia. O forse il mondo tutto sta rallentando il suo movimento, forse la sua orbita ellittica sta collassando annoiata anch’essa, anch’essa avvinta da una parabola che si perde tra le spire dei mulinelli disegnati dal vento.

È questa la parabola di uomini senza nome e senza voce, di uomini piccoli che non fanno la grande storia. Rare le tracce di vita: la visita inaspettata di un ospite che prova ad esprimere il suo sdegno per il cataclisma che silenzioso trascina nella rovina e nel degrado l’orripilante creato. E intanto Dio tace, e intanto i potenti giocano con la Storia per i proprii interessi. La voce risuona poderosa tra il silenzio, ma alla fine dei conti l’ospite non vuole altro che chiedere dell’alcol: ponomen! O il passaggio fugace di una carrozza di gitani e della loro maledizione: il pozzo si prosciugherà, il fuoco non si accenderà più. Ciò che già a stento si poteva chiamare “vita” ora è solo pura rovina. E nuovamente le voci svaniscono e torna la litanica ouverture musicale che si ripetete e interrompe ossessivamente come le azioni dei personaggi. L’abisso dell’eterna ripetizione è l’inferno terreno, gli uomini i dannati senza alcuna possibiltà di redenzione, ignari e ciechi destinati a patire il supplizio di Sisifo – l’uomo che non sa forgiare col martello della volontà il ritorno dell’identico ne subisce il gravoso fardello che diviene tutt’uno col vivere stesso.

Per quanto cercata non esiste fuga da questa cosmica tragedia degli individui, forse resta solo la speranza di sopravvivere anche quando il lume della ragione, consumandosi come la vita, si affievolisce e infine si spenge. Un Bela Tarr impeccabile denuda di ogni velleità il vivere scolpendo sulla pellicola de “Il cavallo di Torino” il nulla che ne rimane, una sofferenza umana e gratuita il cui depositario è il muto cavallo. Un film difficile e intenso, ultime tracce di celluloide lasciate da un grande regista.

(Simone Pecetta – http://www.ondacinema.it/film/)

 

Venerdì 26 aprile

Kak ya provel etim letom

(How I Ended This Summer)

(Russo – subtitle italiano)

Un film di Aleksey Popogrebskiy.  Grigoriy Dobrygin, Sergey Puskepalis, Igor Chernevich.

Drammatico, durata 130 min. – Russia, 2010

 

La storia si svolge su un’isola dell’Artico, a nord della Chukotka, dove ha sede una stazione meteorologica. L’esperto Sergei e il giovane Pavel trascorrono l’estate nella base di ricerca, in completo isolamento. Il loro compito è inviare, regolarmente, i dati acquisiti alla direzione centrale. Un giorno Pavel riceve via radio il messaggio che la moglie e il figlio del compagno sono in gravissime condizioni in seguito a un incidente. Non ha però il coraggio di riferire a Sergei la drammatica notizia.

Due soli attori, che offrono due ottime interpretazioni, e una terza potente protagonista: l’ambientazione, la natura splendida quanto inospitale di una terra alla fine del mondo. Un paesaggio perfetto per esplorare i comportamenti, la psiche umana in condizioni di vita estreme.

Se da una parte il film mostra con insistenza il fascino desolante della Chukotka, sfruttando anche le diverse sfumature dell’estate boreale che confonde i limiti temporali, dall’altra punta l’obiettivo sui rapporti tra i due personaggi. L’esperto e burbero Sergei, che sembra sentire quel luogo come la propria casa, e il giovane scansafatiche Pavel, che passa il tempo ascoltando musica con le cuffie, giocando ai videogiochi e gironzolando. Un incontro-scontro tra due persone diverse che, inaspettatamente, gira a un certo punto a thriller psicologico di sopravvivenza, ma che è anche un racconto di formazione con l’atteggiamento scontroso e insieme paternalistico di Sergei nei confronti del compagno più giovane. È infatti intorno alla fragilità di Pavel che gira molto del film. Alla sua mancanza di senso di responsabilità e di coraggio (nel riferire a Sergei la drammatica notizia sulla sua famiglia appresa via radio) che fa crescere in lui la paura, la tensione, il rimorso, la paranoia che lo porta a compiere gesti incomprensibili.

Un film rigoroso, ben recitato, che trova compiutezza nella bellissima ultima scena.

(http://www.asianworld.it)

 

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