{"id":765,"date":"2019-10-28T22:28:07","date_gmt":"2019-10-28T21:28:07","guid":{"rendered":"https:\/\/casa-del-popolo-di-settignano.noblogs.org\/?p=765"},"modified":"2019-10-28T22:28:07","modified_gmt":"2019-10-28T21:28:07","slug":"dispersi-a-caso-2019","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/casa-del-popolo-di-settignano.noblogs.org\/?p=765","title":{"rendered":"DISPERSI A CASO (2019)"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-766\" src=\"https:\/\/casa-del-popolo-di-settignano.noblogs.org\/files\/2019\/10\/DISPERSI-A-CASO-2019-logo2-300x212.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"212\" srcset=\"https:\/\/casa-del-popolo-di-settignano.noblogs.org\/files\/2019\/10\/DISPERSI-A-CASO-2019-logo2-300x212.jpg 300w, https:\/\/casa-del-popolo-di-settignano.noblogs.org\/files\/2019\/10\/DISPERSI-A-CASO-2019-logo2-768x543.jpg 768w, https:\/\/casa-del-popolo-di-settignano.noblogs.org\/files\/2019\/10\/DISPERSI-A-CASO-2019-logo2-1024x724.jpg 1024w, https:\/\/casa-del-popolo-di-settignano.noblogs.org\/files\/2019\/10\/DISPERSI-A-CASO-2019-logo2.jpg 1753w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Venerd\u00ec 1 novembre 21.30<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>MANIFESTO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">Un film di Julian Rosefeldt. Con Cate Blanchett, Erika Bauer, Carl Dietrich, Marie Borkowski Foedrowitz, Ea-Ja Kim. &#8211; Australia, Germania, 2015, durata 94 minuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong><em>Cate Blanchett supera se stessa in un film dove il confronto e la riflessione sono inevitabili e produttivi<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Il Manifesto del Partito Comunista raccontato da un homeless, i motti dadaisti recitati da una vedova a un funerale, il Dogma 95 descritto da una maestra ai suoi alunni e cos\u00ec via. 13 personaggi diversi: ogni personaggio uno scenario, ogni scenario un movimento celebrato attraverso intensi monologhi. A dare corpo a queste parole una sola attrice: Cate Blanchett. Lo si potrebbe definire in molti modi Manifesto. Uno di questi potrebbe essere: documentario.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Definire &#8216;documentario&#8217; questa opera di Julian Rosefeldt rischia di essere molto riduttivo.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Non perch\u00e9 il genere documentario sia una forma minore di espressione mediale (il successo che sta meritatamente riscontrando in questi anni ne costituisce una testimonianza inattaccabile). Il fatto \u00e8 per\u00f2 che in questa occasione si va oltre le regole che definiscono il genere per offrire allo spettatore un&#8217;esperienza unica.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Non a caso, prima di arrivare sul grande schermo, \u00e8 nato come installazione. L&#8217;esperienza \u00e8 unica perch\u00e9 una sola attrice ha prestato se stessa per fare esistere esseri umani contestualizzati in ambiti totalmente differenti l&#8217;uno dall&#8217;altro. Cate Blanchett ci aveva gi\u00e0 dato grande prova di trasformismo interpretando Bob Dylan in Io non sono qui ma in questa occasione supera se stessa considerando anche il tempo ristretto (12 giorni) delle riprese.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Ma non si tratta di puro e semplice virtuosismo attoriale (che di per s\u00e9 sarebbe comunque gi\u00e0 sufficiente per apprezzare il film) perch\u00e9 l&#8217;obiettivo \u00e8 decisamente elevato. Rosefeldt rilegge un gran numero di &#8216;manifesti&#8217; per saggiarne la consistenza e la presa (se ancora c&#8217;\u00e8) sul rapporto odierno tra societ\u00e0, arte e vita quotidiana. Andiamo cos\u00ec da Marx a Lars Von Trier passando per Marinetti, Kandinsky, Apollinaire, Fontana, Breton, \u00c9luard e innumerevoli altri. Le loro parole, le loro ribellioni (giovanili e non) vengono fatte proprie da una punk tatuata oppure da una CEO a una festa privata ma proprio questa apparente astrazione le fa risuonare con maggiore evidenza interpellandoci.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Non \u00e8 obbligatorio sapere tutto del Futurismo o del Situazionismo cos\u00ec come del Surrealismo o del Minimalismo. Anzi, stranamente, ci si accorger\u00e0 che meno se ne sa pi\u00f9 quelle invettive o quelle definizioni che non lasciano spazio ad alternative acquisiranno una energia che si fa nuova proprio perch\u00e9 ignorata.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><em>&nbsp;(Recensione di Giancarlo Zappoli)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Venerd\u00ec 8 novembre 21.30<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>WIENER-DOG<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">Un film di Todd Solondz. Con Danny DeVito, Kieran Culkin, Greta Gerwig, Zosia Mamet, Ellen Burstyn, Julie Delpy, Tracy Letts, Michael James Shaw, Samrat Chakrabarti, Kett Turton, Devin Druid, Trey Gerrald. USA 2016, durata 90 min.<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong><em>Cosa unisce un bambino sopravvissuto al cancro, la ragazza pi\u00f9 isolata delle scuole medie che ritrova il suo primo amore, un professore di sceneggiatura in crisi esistenziale e una donna alle prese con i rimpianti della vecchiaia? Wiener-Dog, un bassotto itinerante che attraverser\u00e0 le vite di questi quattro personaggi, ciascuno colto in un momento di transizione o difficolt\u00e0.<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Quanto \u00e8 crudele il cinema di Todd Solondz? Una domanda che ci poniamo sinceramente, senza retorica. C\u2019\u00e8 crudelt\u00e0 in questo cinema cos\u00ec acido e rivelatore, sicuramente doloroso ma carico spesso del pi\u00f9 spiazzante sarcasmo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Certo \u00e8 che nella carriera di Solondz ogni spettatore avr\u00e0 trovato la sua linea di confine, il limite oltre il quale l\u2019irrompere della realt\u00e0 sembra lasciare il posto a un beffardo accanimento d\u2019autore. Ma forse questo passaggio \u00e8 solo la reazione pi\u00f9 immediata e fisica a un dialogo ben pi\u00f9 complesso ed elaborato, quell\u2019incontro di umanit\u00e0 e cinismo attraverso il quale il riso si spezza a favore di una vicinanza tra spettatori e personaggi che arriva improvvisa, disagevole, non voluta. Araldo di quell\u2019infinito numero di esistenze e circostanze che il cinema (pi\u00f9 in generale il racconto collettivo) americano ha chirurgicamente rimosso dal proprio immaginario, o in alternativa ammesso ma solo se all\u2019interno di codici drammatici e catartici molto precisi e ormai storicizzati, Solondz costruisce i suoi film come trappole di empatia non richiesta, sentieri apparentemente definiti da umorismo nero, stilizzazione dei caratteri e forme ultrapop, ma di fatto circuiti emotivi direttamente connessi ai mostri di un reale pi\u00f9 o meno quotidiano che di colpo ci ritroviamo vicino, intimo, umano. Pedofilia, disfunzione emotiva e psichica, disabilit\u00e0, disperazione, vittimismo e autocommiserazione, quello che sembra un oceano di fango e veleno e merda diventa il contatto obbligato con una prospettiva altra, appena fuori asse rispetto alla nostra. Perch\u00e9 queste forme di disagio sono comunque insite nel legno storto da cui nasce la natura umana, e non possono per questo essere risolte o magicamente superate.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Che ci sia cattiveria o meno in queste considerazioni \u00e8 un fatto che pu\u00f2 e deve rimanere a discrezione dello spettatore, entit\u00e0 che Solondz ha sempre rispettato profondamente e mai guidato dall\u2019alto di una morale precostituita. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><em>(Recensione di Matteo Berardini)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Venerd\u00ec 15 novembre 21.30<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>HAGANENET<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">Un film di Nadav Lapid. Con Sarit Larry, Avi Shnaidman, Lior Raz, Gilles Ben David, Ester Rada, Guy Oren. &nbsp;&#8211; Israele, 2014, durata 120 minuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong><em>C&#8217;\u00e8 un inciso nella Bufera di Montale che arriva improvviso, che sospende il ritmo e risplende bellissimo. Recita cos\u00ec: &#8220;marmo, manna e distruzione&#8221;. E in una nota Montale scrive: &#8220;Marmo, manna e distruzione sono le componenti di un carattere: se tu le spieghi ammazzi la poesia&#8221;.<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Nell&#8217;israeliano Haganenet \u2013 The Kindergarten Teacher, secondo film dopo The Policeman di Nadav Lapid, una donna cerca di spiegarla, la poesia, e soprattutto cerca di spiegare a se stessa la potenza delle parole che escono dalla bocca di un suo alunno, un bambino di cinque anni che declama versi meravigliosi e improvvisi. Stupefatta e folgorata, la donna si chiede quello che tutti ci chiediamo di fronte all&#8217;arte: da dove viene la creazione? E nello specifico, da dove vengono le parole, dove stanno prima di arrivare, perch\u00e9 arrivano?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Ma non esiste ragione per l&#8217;inspiegabile. E colei che si interroga sulla sua natura, quasi come in una parabola biblica, finisce non solo per ammazzare la poesia, creando versi senza forza, ma il suo stesso mondo, la famiglia, il lavoro, la reputazione. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Il bambino poeta \u00e8 infatti ignaro e impassibile, non lo si pu\u00f2 comprendere, solo ascoltare. \u00c8 un profeta della tradizione, non un veggente, ma una creatura pura, fuori dal mondo e dentro il grande corso del Tempo; \u00e8 l&#8217;espressione di una realt\u00e0 incontaminata dal pensiero, che non conosce il mondo ma lo nomina, che viene prima del linguaggio e si esprime secondo i canoni di una bellezza inavvicinabile. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>A suo modo, il poeta bambino \u00e8 come il protagonista di un magnifico racconto di Nathan Englander, il povero Charles Luger di Per alleviare insopprimibili impulsi, che in taxi veniva folgorato dalla sua natura ebraica e cominciava a parlare in jiddish: senza una vera ragione, se non quella di essere parte di un&#8217;esistenza primitiva ed eletta che per la cultura ebraica grava sull&#8217;esistenza dei vivi. <\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Solo che a differenza di Englander, Napid non si pone in una logica religiosa, ma declina il racconto in modo oggettivo, senza traccia di ironia o tragedia. La stessa macchina da presa si situa in una posizione indecifrabile, fissa e a distanza, non cos\u00ec lontana da essere indifferente, nemmeno cos\u00ec vicina da aprirsi all&#8217;iperrealismo. Il punto di vista \u00e8 quello di una presenza misteriosa, uno sguardo invisibile che a tratti pu\u00f2 rivelarsi &#8211; un personaggio sbatte contro l&#8217;obiettivo, un altro guarda in camera &#8211; e che la limpidezza della rappresentazione, nel dramma di una donna senza talento ridotta all&#8217;impotenza dal mistero della rivelazione, pu\u00f2 trasformarsi in qualsiasi cosa: nel luogo indecifrabile dal quale proviene l&#8217;ispirazione di un poeta o nello stesso imponderabile punto di vista di Dio.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><em>(Recensione di Roberto Manassero)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Venerd\u00ec 29 novembre 21.30<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Ostatnia Rodzina<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">Un film di Jan P. Matuszynski. Con Andrzej Seweryn, Dawid Ogrodnik, Aleksandra Konieczna, Andrzej Chyra. &#8211; Polonia, 2016, durata 122 minuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong><em>Un dramma familiare che tra piani sequenza e humour nero riflette le ossessioni del pittore polacco Beksinski<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Zdzislaw Beksinski \u00e8 un pittore che consacra su tela le gotiche ossessioni della sua mente. Un artista anticonvenzionale che, tormentato da fobie, vive in conflitto con un figlio nato con il desiderio di morire e una moglie sottomessa. Di decade in decade l&#8217;universo politico e sociale che circonda il patriarca di The Last Family evolve ma Beksinski \u00e8 emotivamente statico come le pareti della sua casa a Varsavia. Un&#8217;indifferenza nei confronti della vita che nemmeno il tempo e la perdita dei suoi cari riesce ad attenuare. Tra suicidi ed omicidi il nucleo familiare di Beksinski sopravvive nell&#8217;assenza di amore, vittima dell&#8217;autodistruttivit\u00e0 di uno dei pi\u00f9 grandi pittori polacchi della storia. Una famiglia infelice che nessuno ricorderebbe se non fosse per i ritratti in Super 8 della sua tragica quotidianit\u00e0.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Utilizzando un approccio linguistico asciutto, Jan P. Matuszynski firma un ritratto familiare privo di artifici cinematografici. Un biopic che, come una Polaroid, immortala l&#8217;ultimo respiro dell&#8217;artista con la controversa ossessivit\u00e0 di Beksinski.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><em>(Recensione di Carlo Andriani)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<table width=\"100%\">\n<tbody>\n<tr>\n<td>\n<p style=\"text-align: center\"><strong>Ogni anno, nel mondo, vengono prodotti circa 25.000 film. Di questi, meno di 500 vengono distribuiti in Italia. Tra le altre migliaia, abbiamo voluto sceglierne una piccola selezione. Abbiamo chiamato questi film \u201ci dispersi\u201d: vogliamo ritrovarli e farli conoscere il pi\u00f9 possibile, perch\u00e8 quello che non vogliamo \u00e8 che un bel film, solo perch\u00e8 snobbato dalla distribuzione italiana, rimanga sconosciuto.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\">&nbsp;<\/p>\n<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Venerd\u00ec 1 novembre 21.30 MANIFESTO &nbsp; Un film di Julian Rosefeldt. 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