Archives for novembre, 2016

RAGAZZI IN CAMMINO (2016)

  • novembre 12, 2016 7:29 pm

ragazzi-in-cammino-2016Venerdì 2 dicembre 21.30

Theeb

Un film di Naji Abu Nowar. Con Jacir Eid Al-Hwietat, Hussein Salameh Al-Sweilhiyeen, Hassan Mutlag Al-Maraiyeh, Marji Audeh, Jack Fox

Drammatico, durata 100 min. – Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Gran Bretagna 2014

Arabo sub.ita

Un piccolo grande film che allarga i confini della nostra coscienza

 Deserto di Wadi rum 1916. Theeb è un ragazzino beduino di pochi anni e di grande curiosità. Orfano di padre, è cresciuto da Hussein, il fratello maggiore, che lo inizia alla caccia e ai principi della vita nomade. Le sue giornate, scandite da esplorazioni e momenti ludici, sono interrotte dall’arrivo di un ufficiale inglese che chiede rifugio e aiuto per raggiungere un antico pozzo lungo la strada battuta dai pellegrini diretti alla Mecca. La legge dei beduini, che accoglie e protegge i propri ospiti, ‘ordina’ a Hussein di condurre l’ufficiale a destinazione. Theeb, intrigato dallo straniero e dalla scatola ‘magica’ che porta con sé, decide di seguirli di nascosto. Scoperto molto presto, ma troppo tardi per riportarlo all’accampamento nomade, Theeb intraprenderà un viaggio avventuroso al termine del quale niente per lui sarà più lo stesso.

Opera prima di Naji Abu Nowar, Theeb è il viaggio di formazione di un giovane beduino attraverso il deserto e dentro la Storia. Ambientato nel 1916, dove infuria la Prima Guerra Mondiale, Theeb accompagna un ragazzino verso la maturità e svolge insieme la trasformazione di una civiltà antica. Perché la guerra entra nella vita nomade e scandita di chi ‘abita le tende’ e ne sconvolge le tradizioni, le regole e gli equilibri. Il progresso ha il profilo biondo di un ufficiale inglese e lo sbuffo sferragliante di un treno, che taglia il deserto e ne interrompe l’infinitezza. In quel deserto si muove il piccolo Theeb, ignaro del mondo e degli uomini che lo abitano facendo il bene e troppo spesso il male. Nel Centenario della Grande Guerra, il film di Naji Abu Nowar ‘apre’ il fronte mediorientale e ci racconta attraverso lo sguardo di un bambino gli accadimenti e gli sconvolgimenti profondi accaduti. I confini imposti artificialmente dalle potenze coloniali, il sostegno tedesco ai movimenti islamici radicali in chiave anti-britannica e anti-francese, il collasso dell’Impero Ottomano e l’incapacità di trovare entità governative altrettanto stabili, sono tutte conseguenze dirette della Prima Guerra Mondiale, conseguenze che il giovane regista giordano lascia emergere dalle immagini e riemergere dai pozzi, i due pozzi tra cui si muovono beduini, stranieri, pellegrini e predoni. Qualcuno alla ricerca di Dio, qualcun altro di ricchezza, di potere, di conoscenza.

 

Venerdì 9 dicembre 21.30

Hide your smiling faces

Un film di Daniel Patrick Carbone. Con Ryan Jones, Nathan Varnson, Colm O’Leary, Christina Starbuck, Chris Kies, Andrew M. Chamberlain, Clark Middleton, Ivan Tomic

Drammatico, durata 81 min. – USA 2013

Inglese sub.ita

 

Il film racconta la storia di due fratelli e del trauma che sono stati costretti ad affrontare dopo la morte misteriosa di un loro amico. Quando accadde, l’evento scosse l’intera città, turbando profondamente i due ragazzini e i loro amici. Dopo l’incidente, le interazioni con gli altri assunsero toni differenti, portando sia Eric, 14 anni, che Tommy, 9, a rintanarsi sempre di più nelle loro intimità. E a chiudersi, quando il tema della morte veniva affrontato, in un silenzio sempre più insormontabile.emozionante, privo di ogni retorica.

 

Venerdì 16 dicembre 21.30

El ultimo verano de la boyta

Un film di Julia Solomonoff. Con Guadalupe Alonso, Nicolás Treise, Mirella Pascual

Drammatico – LGBT, durata 93 min. – Argentina 2013

Spagnolo, sub. Ita

 

L’estate rappresenta un giro di boa per la giovane, chiassosa Jorgelina. Abbandonata dalla sorella adolescente, si dirige verso la casa di campagna di famiglia con suo padre, recentemente separato. Nelle vaste e assolate pampas argentine, Jorgelina si ritrova con il suo compagno di giochi dell’infanzia, Mario, l’orgoglioso ma riservato figlio di un direttore di un ranch che si sta preparando per la sua prima corsa ai cavalli. [fonte: cinemagay.it]

 

La boyita è una roulotte nel giardino di Jorgelita, dieci anni, e della sorella Luciana, tredici, un luogo di giochi, nascondiglio segreto, casita, riparo, che occupa intensamente i primi minuti del film, così come ha occupato fino a quel momento le vite delle due ragazzine.

El último verano è l’ultima estate. Ultima, appunto, prima che tutto, definitivamente, cambi. Prima della separazione dei genitori. Prima della partenza per le vacanze, Luciana con la madre, al mare, e Jorgelita con il padre, in campagna. Prima delle prime mestruazioni. Prima, soprattutto, di conoscere il segreto di Mario.

Se c’è una cosa che Jorgelita non esita a fare è porre domande. A se stessa e agli adulti con medesima franchezza, identica intelligente ostinazione. Sarà la campagna, con la sua lentezza inusitata, la sua calura insopportabile, il teatro di molte iniziazioni nel campo dei sentimenti, dell’identità, dei vincoli parentali e delle leggi talvolta crudeli che li regolano, dello sviluppo fisico, della percezione del dolore e del piacere. In questo viaggio di formazione, Jorgelita ha per compagno un ragazzino biondo di nome Mario, figlio di braccianti, cresciuto in mezzo ai cavalli e ai campi, silenzioso, resistentissimo. In corpo un segreto antico, che lui stesso, alle soglie dell’adolescenza, fatica a spiegarsi.

Questo film – uscito nel 2009 al festival internazionale di San Sebastian e da allora pluripremiato – è assente dalla grande distribuzione, e dunque tragicamente invisibile ai più. È il destino di molte pellicole che passano nella programmazione di festival e rassegne e poi spariscono in un buco nero. Con la storia di Jorgelita e Mario la regista argentina Julia Solomonoff firma un capolavoro e tocca un tema difficilissimo – l’intersessualità – da grande narratrice, senza indecisione, con infinita dolcezza.

El último verano de la boyita è un film per ragazzi, per adolescenti e per adulti, da vedere più di una volta, da cercare, da mostrare nelle scuole, soprattutto, senza timore e senza veli.

[Giulia Mirandola per topipittori.blogspot.it]

 

Venerdì 23 dicembre 21.30

The long day closes

Un film di Terence Davies. Con Marjorie Yates, Leight McCormack, Anthony Watson

Commedia, durata 84 min. – Gran Bretagna 1992. Inglese sub.ita

 

 Liverpool, anni Cinquanta: Bud vive il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Di indole solitaria, è emarginato dai compagni di scuola e divide il suo tempo tra la passione per il cinema e quella per la musica. Sono soprattutto le canzoni e i piccoli spettacoli della madre, figura dominante, ad accompagnare le sue ore, fino a quando, un giorno…

[fonte: filmtv.it]

Parlare del delicato passaggio dalla fanciullezza alla turbolenta adolescenza è compito arduo per qualsiasi artista vi si voglia cimentare. Se già l’analisi puntuale e approfondita del romanzo richiede un autore di grande abilità per assolvere il compito (come non citare il Salinger de Il giovane Holden e, in misura diversa, anche King nel suo celebre racconto Il corpo da Stagioni diverse), il cinema esige un ulteriore sforzo proprio perché i travagli interiori, le incertezze, i dubbi del bambino che cresce sono affidati non ad un’analisi di coscienza puntuale parola per parola ma ad un flusso di immagini che, nel breve arco di tempo concesso ad un’ opera cinematografica deve condensare una metamorfosi radicale e riuscire a comunicarla debitamente al pubblico.

Terence Davies, inglese di Liverpool nato in una famiglia operaia, è forse l’autore britannico più radicale (ma non radicale alla Greenaway, per intenderci – o per lo meno non così criptico ed intellettualista), più vicino agli echi letterari di Dickens e alla fusione tra musica/canzone e cinema.

[fonte: Matteo Ruzza per pellicolascaduta.it]

 

Venerdì 30 dicembre 21.30

Jack

Un film di Edward Berger. Con Ivo Pietzcker, Georg Arms, Luise Heyer, Nele Mueller-Stöfen, Vincent Redetzki.

Drammatico, durata 103 min. – Germania 2014.

Tedesco sub.ita

Jack ha 11 anni e un fratello più piccolo. I due avrebbero anche una mamma, Sanna, se non fosse che, troppo impegnata com’è a vivere la propria vita di ragazza libera, tutto il peso delle vicende quotidiane (a partire molto spesso dalla prima colazione) non ricadesse su Jack. Fino a quando un incidente domestico, che avrebbe potuto avere più gravi conseguenze di quelle causate, non impone l’affidamento del figlio più grande ad un centro di assistenza ai minori. Jack soffre per questa separazione ma attende con ansia le vacanze per ricongiungersi a madre e fratello. Il bullismo di un compagno cambierà i suoi progetti.

Non è facile impostare l’80% della riuscita di un film sulle spalle di un giovanissimo protagonista che non è mai stato davanti a una macchina da presa. È la scommessa (vinta) da Edward Berger e Nele Mueller-Stofen che hanno affidato allo sguardo (in perenne ricerca di un senso nella vita) di Ivo Pietzcker il compito di guidare lo spettatore in un percorso di dolorosa crescita. La camera a mano di Jens Harant lo accompagna sin dal primo risveglio in cui è impegnato ad occuparsi di sé e del fratellastro (che brutta parola in italiano per ricordare che si è figli di un altro genitore) a cui vuole un bene profondo. Le vicende di Jack ci ricordano quanto abbia ragione il filosofo e sociologo Zygmunt Bauman quando in “Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi” ci ricorda che “Avere figli significa assumersi la responsabilità del benessere di un’altra creatura più debole e indifesa. L’autonomia delle proprie preferenze è destinata a essere compromessa reiteratamente, anno dopo anno, quotidianamente. Si corre il rischio di diventare, orrore degli orrori, ‘dipendente’. (…) Cosa più dolorosa di tutte, avere figli significa accettare tale dipendenza separatrice di fedeltà per un tempo indefinito, assumere un impegno irrevocabile e a tempo indeterminato, senza alcuna clausola ‘fino a ulteriore notifica’ annessa; il tipo di obbligo che mal si confà alla politica della vita liquido-moderna e che quasi tutti evitano accuratamente nelle loro altre manifestazioni di vita.” È quanto accade a Senna che non perde per questo l’amore del figlio anche se, a lungo andare, non può evitare di essere sottoposta a un giudizio. Jack le viene tolto per essere immesso in un mondo in cui nessuno di coloro i quali si trova a condividere le giornate ha l’animo sereno. Tutti hanno una ferita nel profondo e se qualcuno trova lenimento in un binocolo altri lo cercano nel trasferire la violenza, probabilmente subìta in precedenza, su chi ritengono più debole. Jack può anche sembrare la vittima sacrificale ma ha dentro di sé la forza di chi ha dovuto scoprire e interiorizzare anzitempo il senso della parola ‘responsabilità’. Fino a giungere alle decisioni più estreme. (Giancarlo Zappoli)